domenica 22 gennaio 2017

Il caso. Tintin con il Corsera: il successo senza tempo del fumetto anticomunista


 da barbadillo.it

La collezione completa delle storie di Tintin, personaggio dei fumetti di estrazione patriottica e anticomunista, è in vendita come allegato opzionale del Corsera. Stenio Solinas descrive in questo articolo il profilo culturale di Tintin e del suo autore, Hergé

Nell’ottava tavola di Tintin au pays des Soviets, il giovane reporter parte in tromba al volante di una potente Mercedes decappottabile e il suo ciuffetto di capelli incollato alla fronte si solleva sotto l’effetto del vento e della velocità. «E voilà! Un gioco da ragazzi… E adesso dritto a Mosca!» recita la «nuvoletta» che accompagna il disegno.

Tintin nasce allora, è il gennaio del 1929, il giornale che ne pubblica la storia si chiama Le Petit Vingtième, supplemento per ragazzi del quotidiano Le Vingtième Siècle e il suo autore è un giovane ventenne, George Remi. Hergé è il suo nome d’arte e trent’anni dopo il generale de Gaulle, che si ritiene l’incarnazione novecentesca della Francia, dichiarerà: «Ho un solo rivale internazionale: è Tintin»… L’imponente mostra retrospettiva appena chiusasi al Grand Palais di Parigi, che ne ha celebrato il genio a 110 anni dalla nascita, suona come una conferma e insieme una smentita: Charles de Gaulle è sempre più in un rimpianto, Tintin resta ancora una realtà.

Belga come Georges Simenon, il Tintin di Hergé è però uno e bino rispetto a un Maigret francese fin da subito. Nel 1930 il settimanale parigino Curs vaillants comincia infatti la pubblicazione delle avventure sovietiche dello spericolato reporter, nell’album Parigi sostituisce Bruxelles e nel viaggio di ritorno dal Paese dei Soviet il treno non passa più per Liegi, Tirlemont e Louvain, ma per Saint Quentin e Compiègne… Il successo è clamoroso e nell’immaginario dell’epoca, complice la lingua, Tintin diviene tipicamente francese, come la baguette e il camembert…

Se l’esposizione «Hergé» appena ricordata, ha fatto entrare per la prima volta il fumetto in uno dei templi dell’arte ufficiale, l’importanza dell’album da cui siamo partiti ci dice tuttavia qualcosa di diverso rispetto alla materia in sé, al genere, al genio del suo autore. Fermiamoci un momento sulle date di pubblicazione, il biennio ’29-30, sull’età del disegnatore, ventidue anni appena, sul tema, la Russia di Stalin, leggiamone poi la storia e ci accorgeremo che rispetto ai «pellegrini politici» che prima, durante e dopo andranno a raccontare un comunismo mai esistito nella realtà, ma idealizzato nella loro fede di «compagni di strada», Hergé aveva già capito tutto. Questo provinciale ragazzino belga, insomma, vedeva meglio e più in profondità di tanti intellettuali accreditati e ferrati, in anticipo persino sui reportages, questi sì critici, di un Céline o di un Gide…

Prendiamo la visita alla fabbriche, fatta andando dietro a un gruppo di «comunisti inglesi» pronti ad ammirare «le meraviglie del bolscevismo» con tanto di commenti: «Beautiful, very nice»… Tintin si intrufola dalla porta di servizio e scopre che si tratta di «fondali di teatro», il cosiddetto «effetto Potëmkin», dal nome di quel primo ministro di Caterina II che costruiva interi villaggi finti affinché l’imperatrice ne potesse ricevere una sensazione di benessere, un Paese apparecchiato, insomma, per sbalordire gli ospiti di rango, un potere intento a fare la propaganda di se stesso. Allo stesso modo, la scoperta dell’export di vodka, grano e caviale, stoccati per servire da elemento di propaganda all’estero, gli rivela la miseria economica del comunismo in patria. Ora, due anni dopo l’immaginario eppure veridico reportage di Tintin, George Bernard Shaw fa il suo ingresso trionfale in Russia: un vagone frigorifero, colmo di viveri, viene agganciato al treno per convincerlo che nel Paese regna l’abbondanza, e nei ristoranti di Mosca tutte le cameriere dimostrano di conoscere i suoi libri. Commenta deliziato: «Le domestiche in Inghilterra non sono tanto colte quanto le loro colleghe sovietiche». Della serie, quando il socialismo reale diventa il socialismo immaginario e narcisista…

Prendiamo ancora la scoperta che Tintin fa dei minori in Russia, mendicanti e vagabondi nelle campagne come nelle città. Cinque anni più tardi la Pravda pubblicherà in prima pagina il decreto con cui si stabiliva che, a partire dai dodici anni, si era passibili «di tutte le misure della giustizia penale», inclusa la pena di morte. Era una legge che si poneva un duplice obiettivo: sociale, nell’accelerare l’eliminazione della moltitudine di orfani inselvatichiti e allo sbando nata dal regime; politico, nell’applicare una forma barbara di pressione sui vecchi oppositori, i Kamenev, gli Zinovev, che avevano figli di età idonea. Il Partito comunista francese dell’epoca, dovendo commentare quella legge, ne sosterrà la giustezza: sotto il socialismo, infatti, i bambini crescevano più in fretta…

Tintin non ignora nemmeno il problema dei kulachi, i cosiddetti «contadini ricchi», la requisizione forzata del grano, la cosiddetta dekulachizzazione che significherà la distruzione del patrimonio agricolo, l’eliminazione fisica diretta di centinaia di migliaia di persone, indiretta di qualche milione per carestia e deportazione. È quella che Walter Benjamin scambia invece per il nuovo corso industriale, i piani quinquennali che sostituiscono il comunismo di guerra: «Adesso, compagni, è scoppiata l’era della moderazione utile e disciplinata. A questa Russia i geni non servono, e men che mai i letterati. Ha bisogno di fabbriche e non di poeti». Sarà preso talmente in parola che Esenin si impiccherà usando le cinghie di una valigia, Majakovskij si brucerà il cuore con un colpo di pistola, Mejerchol’d, il padre del teatro moderno, sarà massacrato con un tubo di gomma e poi finito con un colpo alla nuca, la moglie sgozzata fra le quattro mura di casa, Babel’ fucilato, Mandel’tam seppellito in un lager… Come ha scritto Josip Brodskij, «il regime sfornò vedove di scrittori con una tale efficacia che verso la metà degli anni Sessanta ce n’era in circolazione un numero sufficiente per organizzare un sindacato».

Si badi bene, Tintin è un fumetto per ragazzi, con tutti gli eccessi, le semplificazioni e la superficialità che esso comporta e l’album di cui stiamo parlando era scritto da uno che aveva pochi anni di più dei suoi potenziali lettori. Per formazione e per cultura, Hergé era un anticomunista e fra le letture che formano il terreno su cui la storia prende forma c’è fra le altre quel Moscou sans Voiles (Neuf ans de travail au pays des Soviets) che un diplomatico belga, Joseph Douillet, aveva pubblicato l’anno prima. E tuttavia ciò che lo separa dai Toller, i Dreiser, i Sinclair, i Barbusse, i Wells, i Malraux e i già citati Shaw e Benjamin di quegli anni era proprio la disposizione a volersi fare ingannare, la delusione individuale nei confronti delle nazioni di origine che li spingeva a credere nelle illusioni di un Paese che si voleva vedere come fratello. Inoltre, non c’era nulla in lui, come forma mentis, di quello che resta un elemento fondamentale per spiegare il successo e l’appeal che per quasi sessant’anni accompagnò il comunismo in patria e all’estero: l’esperimento in corpore vili di un’avanguardia intellettuale, una setta di rivoluzionari di professione, in guerra contro un’intera società. Il comunismo in Russia eliminò l’intera Russia: gli intellettuali, ovvero in realtà i professionisti, ingegneri, professori, impiegati, i proprietari terrieri e i contadini, i commercianti, tutti quelli che, indipendentemente dalla loro estrazione sociale, potevano essere considerati, o si rivelarono, ostili e/o estranei al nuovo corso.

Fu un’eliminazione ottenuta con la violenza, la delazione, l’inganno e resa altresì possibile dalla più totale mancanza di pietà. Non ci si accontentava del corpo, si voleva l’anima. Le «confessioni», i «processi», quelli che Bertolt Brecht definirà le prove «delle attive cospirazioni contro il regime», miravano a questo, al riconoscimento dell’errore, all’espiazione e alla riaffermazione della giustezza della causa: non solo sono colpevole, ma mi faccio schifo in quanto tale ed esigo il castigo che la mia colpevolezza comporta… Come ha scritto Solgenicyn, alla base della lunga sopravvivenza del regime c’è «la sua forza disumana, inimmaginabile nell’Occidente».

Di fronte all’offerta del funzionario della Gpu, «100mila rubli o la morte», per divenire complice del regime, Tintin dice semplicemente «no». Lo può fare perché è un fumetto e il suo cane Milou lo salverà dalla fucilazione travestendosi da tigre… Ma, come ha raccontato nelle sue memorie Jacques Rossi, uno che a vent’anni era già comunista e a trenta, sempre da comunista, ne avrebbe passati altri venti nei gulag: «Vittima? Non sono stato una vittima. Io sono stato un complice di quel sistema. È come mettere una pentola piena d’acqua sul fuoco, accendere il gas e quando l’acqua bolle ficcarvi la mano dentro. Non bisognava mettercela». (da Il Giornale)

martedì 17 gennaio 2017

Hiroo Onoda, «l’ultimo giapponese della giungla», è morto a 91 anni


da corriere.it

Il leggendario soldato dell’esercito che non riconobbe la resa del 1945, aveva ceduto solo nel 1974 nelle Filippine

PECHINO - È morto in pace, a 91 anni, un uomo che aveva combattuto per 29 anni una guerra che per il mondo intero era finita. Il tenente giapponese Hiroo Onoda era uno di quei soldati dell’esercito imperiale che non uscirono dalle giungle dell’Asia quando Tokyo si arrese, il 15 agosto 1945. La sua avventura cominciò nel maggio del 1945: il generale americano Douglas MacArthur aveva mantenuto la sua promessa, era tornato nelle Filippine e le aveva liberate dai giapponesi. L’esercito del Sol Levante perse decine di migliaia di uomini in quella campagna, meglio la morte della resa. Ma quando ormai era chiaro che la battaglia era persa, il tenente Onoda aveva ricevuto l’ordine di condurre azioni di guerriglia. Si nascose nella giungla dell’isola di Lubang, vicino a Luzon, ed eseguì la sua consegna. Per 29 anni, fino al 1974.

LA GUERRA INFINITA - «Ogni soldato giapponese era pronto a morire, ma io ero un ufficiale dell’intelligence, e l’ultimo ordine che ricevetti fu di condurre imboscate e azioni di guerriglia», raccontò in un’intervista nel 2010. Dopo quell’ultimo messaggio Onoda e tre suoi soldati furono tagliati fuori. Rimasero soli nella giungla.
 
LA VOCE DELL’IMPERATORE - Venne il 15 agosto del 1945. Una voce che i giapponesi comuni non avevano mai sentito parlò alla radio. Era l’imperatore Hirohito che annunciava l’impossibilità di continuare la lotta, ordinava al suo esercito di «sopportare l’insopportabile»: la resa. Una voce sconosciuta, parole colte, frasi contorte. Il tenente Onoda non le capì o comunque non ci volle credere.
 
GLI UOMINI PERDUTI - Onoda e i suoi tre soldati continuarono ad eseguire l’ultimo ordine certo ricevuto a maggio. Attaccarono villaggi, contadini. La storia dei giapponesi isolati e irriducibili che rifiutavano la fine della Seconda guerra mondiale o non ne erano a conoscenza cominciò a emergere, diventò leggenda. Ce n’erano alcune decine in diverse zone del Pacifico, fino all’isola di Guam. Furono lanciati volantini nella giungla per spiegare che era tutto finito. Onoda ne trovò più d’uno: «Ma c’erano degli errori, pensai che fosse un trucco degli americani».
 
DA SOLO - Passarono i mesi e gli anni. Uno degli uomini di Onoda fu catturato nel 1950. Altri due morirono in combattimento, l’ultimo nel 1972. Il tenente Onoda attaccava e uccideva: 30 filippini caddero nelle sue imboscate in quei 29 anni.
 
LA FINE - Tokyo aveva ospitato le Olimpiadi nel 1964, aveva firmato trattati per riallacciare le relazioni diplomatiche con tutti gli Stati della Seconda guerra mondiale. Bisognava mettere fine anche alla guerra privata del tenente Onoda. Il comando delle nuove Forze di Difesa capì che solo un uomo poteva dare il contrordine all’ultimo dei giapponesi: quell’uomo era il suo comandante del 1945, il superiore che gli aveva detto di resistere. Il vecchio ufficiale fu mandato a recuperarlo. Era il marzo del 1974. Dalla giungla filippina uscì un uomo che aveva ormai cinquant’anni, lo stesso berretto del 1945, una giubba logora, lo sguardo d’un fantasma. Ma ancora fiero: andò fino a Manila a consegnare la sua spada al presidente delle Filippine. Salutò la bandiera e si arrese. Il governo filippino gli garantì il perdono, nonostante Onoda si fosse lasciato dietro una scia di morti. In patria fu accolto da eroe. Emigrò in Brasile, aprì una fattoria, poi tornò a casa e tenne corsi di sopravvivenza. È morto ieri in pace. Dopo di lui, l’ultimo combattente a uscire dalla giungla fu il soldato semplice Teruo Nakamura, trovato in un’isola dell’Indonesia nel dicembre 1974.

Verso la manifestazione del 28 gennaio a Roma!

Acca Larenzia

Acca Larentia
7-01-1978 / 7-01-2017

Cuori irriducibili rinascono dalle macerie della guerra.

Amore e coraggio sconfiggono gli anni di piombo.

I cuori irriducibili battono qui.
Il sangue vince l'oro, il tempo è polvere.

A Franco, Francesco, Stefano ed Alberto.

domenica 11 settembre 2016

Ahmad Massud, l’eroe afghano massacrato dai terroristi due giorni prima dell’11 settembre


da corriere.it

Quindici anni fa moriva assassinato sulle montagne del Panjshir il leggendario leader che combattè prima i sovietici e poi i talebani. La sua figura resta ancora oggi un punto di riferimento per chi sogna un Afghanistan libero

Una visione profetica

«I governi europei non capiscono che io non combatto solo per il mio Panjshir, ma per bloccare l’espansione dell’integralismo islamico scatenato a Teheran da Khomeini. Ve ne accorgerete!». Si direbbero profetiche le parole del condottiero afghano ucciso in un agguato il 9 settembre del 2001, a soli due giorni di distanza dal terribile attacco all’America che sconvolse il mondo e mutò per sempre gli equilibri internazionali. E certo Massud aveva visto da vicino la possibile deriva dell’integralismo islamico con l’avvento dei talebani nel suo amato Afghanistan, la patria già profondamente divisa da contrasti etnici e spezzata dall’invasione sovietica, il Paese senza una guida né disegno unitario, bisognoso di una leadership forte, che solo un condottiero come lui, «Leone del Panjshir», avrebbe potuto offrire. Proprio lui, nato nel 1953 in un villaggio nel Nord del Paese da una famiglia sunnita di etnia tagika, studente del prestigioso Lycée Esteqlal di Kabul e poi del politecnico cittadino, attivista dei Giovani musulmani fedeli al professor Burhaddin Rabbani, primo germe dell’opposizione all’influenza sovietica che iniziava a serpeggiare nel Paese. Negli Anni ’70 la scelta di diventare combattente, guidato nella sua battaglia dal sogno di vedere il proprio Paese libero, sovrano e indipendente, nel rispetto delle antiche tradizioni culturali e spirituali della sua terra e, naturalmente, secondo i precetti dell’Islam. Un uomo integro, che amava la poesia e gli scacchi, un leader carismatico seguitissimo dal proprio popolo e oggi amaramente rimpianto, un musulmano osservante ma lontano dal fondamentalismo, uno stratega militare molto diverso dai tanti signori della guerra che tra gli Anni ’70 e 2000 hanno popolato l’Afghanistan, e proprio per questo amato e protetto dai propri soldati, a cui diceva: «Siete miei soldati, comportatevi con onore. Trattate la gente con cortesia. Non tollero né violenze né stupri, né rapine. Sapete quel che vi aspetta in caso contrario» La sua morte è stata oscurata dall’immane tragedia delle Twin Towers, ma molti osservatori hanno visto nella quasi contemporaneità dei due eventi ben più di una semplice coincidenza, ascrivendoli entrambi alla macchina terroristica di Al Qaeda e a un piano comune per destabilizzare gli equilibri internazionali e di quella specifica area «calda» del mondo. Testimone diretto dell’azione e della vita del «Leone del Panjshir», e col tempo suo amico personale, è stato l’inviato speciale del «Corriere della Sera» Ettore Mo, che ricorda così il loro primo incontro e quella figura così leggendaria da ricordare gli eroi letterari del passato: «Al tempo del nostro primo incontro, nell’81, l’ex studente universitario fuori corso aveva appena 26 anni ma era già leggenda: che le epiche battaglie dei mujaheddin contro gli “sciuravi” — i russi — avrebbero via via ingigantito. Ricordo un giovane piuttosto schivo e taciturno, un volto pallido affilato, gli occhi grandi e scuri, quasi sempre offuscati da un velo di malinconia. Niente d’altero o d’autoritario nella sua persona, sapeva imporsi grazie alla sua forza interiore, impartiva ordini quasi senza parlare, gli bastavano gli occhi e un gesto sbrigativo nella mano per dire ai suoi ragazzi cosa fare, dove andare». 

Massud giovane rivoluzionario

Per capire cosa abbia significato Ahmad Shah Massud in Afghanistan e sullo scacchiere internazionale, bisogna fare un passo indietro nella storia del Paese e tornare al tempo della divisione del mondo nei due blocchi antagonisti occidentale e sovietico, con l’Urss che — anno dopo anno — espandeva la propria area d’influenza verso ovest e verso sud. Nella Kabul degli Anni ’70 Massud e un’intera generazione di studenti legati alle proprie tradizioni religiose e culturali sentono come una minaccia alla propria identità nazionale la pressione sovietica, e trovano nell’Islam e nella carismatica guida del professor Burhanuddin Rabbani il collante di una germinale resistenza a Mosca e un’alternativa a governi fantoccio come quello di Mohammed Daud Khan. Ma devono fare i conti anzitutto con la debolezza più antica del Paese, ovvero una pericolosa e fortissima frammentazione tra etnie differenti, che colpirà persino il fronte rivoluzionario dei Giovani Musulmani di cui fa parte Massud, spaccandolo in fazioni violentemente nemiche: da un lato i moderati fedeli a Rabbani, dall’altro gli estremisti guidati da Gulbuddin Hekmatyar, futuro dell’organizzazione fondamentalista islamica Hezbi Islami col sostegno del Pakistan. Il colpo di stato dell’aprile 1978 farà drammaticamente precipitare gli eventi, cacciando il regime repubblicano di Daud in favore di un governo filo-sovietico presieduto da Taraki, che farà entrare definitivamente l’Afghanistan nell’alveo di Mosca, mentre i ribelli organizzano la resistenza dalla base di Peshawar, drammaticamente divisi tra loro. Massud, dal canto suo, sceglierà di tornare al natio Panjshir, e da lì organizzerà una personale resistenza contro l’invasore russo. Dalla cronaca di «Corriere della Sera» del 1985, la descrizione dell’Afghanistan sotto controllo sovietico: «L’attività militare è solo un aspetto del coinvolgimento sovietico in Afghanistan, anche se il più vistoso. Ciò che avviene in sordina è la lenta ma continua penetrazione dei russi nei settori vitali dell’amministrazione e della burocrazia afghane: un processo che avrebbe già parzialmente cambiato il volto del Paese. I mass media subiscono il rigoroso controllo dei sovietici: l’università di Kabul, cittadella islamica, e le scuole in genere hanno dovuto accettare il nuovo indirizzo, che non sempre riesce a convivere con i dogmi della fede; la lingua russa sta per diventare obbligatoria e la pianificazione economica viene tracciata sotto la supervisione di esperti moscoviti»

L'Afganistan in capo a Mosca

Negli anni seguenti, dal 1979 al 1989, i mujaheddin di Massud, arroccati nelle montagne del nord del Paese, combatteranno le truppe sovietiche fino al loro definitivo ritiro nel 1989, con l’appoggio delle popolazioni locali e sotto lo sguardo incuriosito dei media internazionali, stupiti dai notevoli risultati militari di questo gruppo di guerriglieri, apparentemente improvvisato e senza mezzi, capace di resistere — e rispondere — a ben dieci offensive dei sovietici. Ettore Mo ci dà una descrizione della difficile — e impari — lotta tra mujaheddin e forze sovietiche: «La guerra russo-afghana è stata soprattutto, per chi abbia avuto il privilegio di seguirla assiduamente anno dopo anno, una gran fatica, uno sforzo fisico tremendo. [...] Ricordo un’escursione nel Panjshir, nell’estate dell’84, alla ricerca del leggendario comandante Massud, che alcune notizie davano per prigioniero dei russi o addirittura per morto: ventidue giorni di marcia per raggiungerlo e quasi altrettanti per rientrare in Pakistan. [...] Lassù nel Panjshir, il grande comandante stava benone. Altro che prigioniero o ferito a morte. Neanche un graffio sul suo bel volto asciutto, affilato. Aveva appena respinto la settima offensiva nella vallata, che i sovietici avevano troppo incautamente battezzato “Addio Massud”

L'illusione della pace a Kabul 

Cacciati i sovietici da Kabul e stipulati i cosiddetti Peshawar Accords tra i vari gruppi afghani protagoniste della resistenza, si impone il fronte guidato dal professor Rabbani, e Massud, per gli indubbi meriti militari, viene nominato ministro della Difesa. La sfida di dare un’unione politica al Paese si scontrerà da subito con le storiche divisioni interne tra le fazioni vincitrici dello scontro con i sovietici, e Massud dovrà vedersela in primis con le forze estremiste di Gulbuddin Hekmatyar, in una guerra a due, che assume nel tempo i tratti di un vero e proprio duello per la leadership, e che vede Massud forte di un enorme sostegno popolare e l’avversario sostenuto militarmente ed economicamente dal potente Pakistan. Annota Ettore Mo: «Nell’inverno del 1983 Massud aveva accusato Gulbuddin Hekmatyar, il super falco della resistenza di avergli tagliato i rifornimenti che venivano dal nord, favorendo i piani dell’Armata Rossa e affamando i suoi 10 mila mujaheddin. In realtà l’avversione che Hekmatyar ha sempre nutrito per il celebre comandante tagiko — secondo lui ingiustamente mitizzato dai mass media — aveva talvolta ostacolato il nostro cammino verso il Panjshir

Nutrito di odio

E ancora: «Nei dodici, tredici anni di guerra, Hekmatyar si è nutrito esclusivamente di odio, ha pasteggiato a odio dal mattino alla sera, tra le cinque preghiere quotidiane. Il suo piatto speciale era Massud Ahmad Shah, un tagiko, Gulbuddin era un pashtun di Kunduz, rampollo di una ricca famiglia di proprietari terrieri»

Un nuovo nemico: i talebani 

Nel clima di divisione interna e con le difficoltà oggettive di dieci durissimi anni di guerra alle spalle, l’Afghanistan fatica a diventare una compagine politica unitaria e democratica, e il vuoto governativo e di leadership diventa in pochi anni il terreno fertile per la nuova minaccia talebana, che gode dell’appoggio del vicino Pakistan, e secondo alcuni anche del finanziamento di attori internazionali contrari a un Afghanistan indipendente e sovrano. La resistenza ai talebani è serrata, ma non impedisce che nel settembre del 1996 questi guerriglieri dell’integralismo islamico prendano possesso di Kabul, instaurando la cosiddetta Repubblica islamica Afghana, fondata su una rigidissima interpretazione del Corano, che tocca soprattutto le libertà delle donne, private di ogni diritto politico e civile, interdette dall’istruzione e dalla vita sociale, e calpesta la tradizione culturale del Paese e i suoi simboli artistici come i famosi Buddha di Bamiyan, distrutti sotto gli occhi attoniti del mondo occidentale. Costretto alla fuga da Kabul come il Presidente Rabbani, Massud denuncerà ad alta voce la barbarie talebana, il sostegno del governo pachistano, e assisterà inerme alla vendetta dei nuovi padroni di Kabul, in primis contro il primo ministro Najibullah, prelevato con la forza dal palazzo dell’Onu, torturato, evirato e infine ucciso con un proiettile alla testa, per esser poi impalato sulla pubblica piazza come monito per la popolazione afghana. Un’escalation anti-democratica tale da far capire a Massud che è necessario il ritorno alla guerriglia utilizzata contro i sovietici, riorganizzando le sue forze dalla sua vecchia base nel Panjshir, come spiega a Ettore Mo nel 1996: «La mia è stata una ritirata strategica, come ce ne sono state tante nella storia. Ho messo in salvo i miei uomini e il mio arsenale. E ho evitato di esporre al massacro la popolazione locale. La vera sconfitta l’hanno subito loro — i talebani — perdendo l’appoggio popolare»

L'Alleanza del Nord

Stessi metodi per un avversario diverso, con l’appoggio — questa volta — delle forze occidentali riunite nella missione Enduring Freedom, non più indifferenti allo scacchiere afghano dopo i tragici fatti dell’11 settembre. Da allora fino al 9 di settembre del 2001, Massud o Leone del Panjshir, come verrà soprannominato, sarà alla testa dell’Alleanza del Nord in funzione anti-talebana, segnando successi militari che spiazzano le forze integraliste guidate da mullah Omar, come riporta ancora Ettore Mo: «In una sola giornata, con un duplice attacco, 1800 mujaheddin hanno spinto fuori dalla città — Teleqan — gli 8 mila studenti guerrieri di Omar inseguendoli poi lungo la strada berso Kunduz, a ovest. Più di cento talebani uccisi e 150 prigionieri»

La morte dell'eroe 

Pochi mesi prima dell’agguato che gli costerà la vita, Massud ammette che la situazione del Paese è drammatica e la guerra contro i talebani è a un punto di stallo, mentre le sue armate di mujaheddin faticano a portare avanti la resistenza senza il rinforzo delle potenze occidentali. In un’intervista a Ettore Mo dell’aprile 2001, al consueto piglio battagliero del Leone si sostituisce una profonda amarezza: «A tu per tu, mi lascia capire che la situazione nel territorio da lui controllato — che è sostanzialmente il Panjshir — è drammatica. Nella zona c’è un milione di profughi, le difficoltà sono state amplificate dalla carestia e da un clima perfido, manca il cibo, manca tutto. È stato di grande aiuto l’ospedale instaurato dal chirurgo milanese Gino Strada. [...] “Ciò che posso dire è che la nostra gente ha ormai capito chi sono veramente i Talebani, ed è solidale con noi. Credo che si siano resi conto, finalmente, che dietro i Talebani c’è un Paese straniero, il Pakistan”

L'attentato

È il 9 settembre del 2001, Massud è ormai una personalità di rilievo internazionale e non pochi media si interessano alla sua lotta di liberazione dalle valli del Panjshir; quel giorno il leggendario comandante riceve la visita di due sedicenti giornalisti tunisini, che dicono di volerlo intervistare per un’emittente televisiva del Marocco interessata alle gesta dell’Alleanza del Nord: nella telecamera che portano con sé è nascosta una bomba, che non lascerà scampo al Leone del Panjshir. Nell’esplosione morirà anche uno dei due attentatori, mentre l’altro sarà ucciso durante la fuga dalle guardie del corpo di Massud. Si scoprirà poi che i due tunisini sono in realtà terroristi reclutati a Bruxelles dal capo dell’organizzazione salafita Ansar Al Sharia, anche se altri osservatori li fanno risalire direttamente ad Al Qaeda. Due giorni dopo, quando la notizia della morte viene resa pubblica, passa in sordina perché il mondo è scosso dal più grande attentato terroristico della storia, proprio nel cuore degli Stati Uniti, e qualcuno azzarda subito che la tempistica dei due tragici eventi sia ben più che una coincidenza, quasi che la fine di Massud sia stato un sibillino avvertimento. Incompreso o inascoltato. Ettore Mo, più volte faccia a faccia con Massud, lo ricorderà con queste parole dalle pagine del Corriere: «Non so se quest’arida montagnola coperta di sabbia e cotta dal sole diventerà mai un luogo di culto per le popolazioni islamiche dell’Asia Centrale: certamente, la natura del territorio non favorisce peregrinazioni e raduni di massa. Ma per gli afghani di questa e di altre regioni, la tomba di Ahmad Shah Massoud resterà un simbolo imperituro della storia e della tragedia di un popolo o semplicemente il sarcofago-santuario dell’eroe che già all’inizio degli anni Ottanta chiamavano il Leone del Panjshir»

sabato 10 settembre 2016

Rinasce "Azione Studentesca"

RINASCE “AZIONE STUDENTESCA”: SIMBOLI ANTICHI PER NUOVE BATTAGLIE. GLI STUDENTI IDENTITARI TORNANO NELLE SCUOLE DI TUTTA ITALIA.

Sono trenta le province nelle quali, con il trillo della prima campanella dell’anno scolastico, il simbolo della croce bretone tornerà ad accompagnare le rivendicazioni di quel mondo studentesco che non vuole riconoscersi nella “buona scuola” di Renzi e nell’egemonia culturale post-sessantottina, che vuole opporre la vitalità delle idee alla fatalità di un declino annunciato che attanaglia l’Italia e l’Europa.

Azione studentesca torna a vivere per volontà dei militanti attivi sul territorio nazionale: nasce dal basso e godrà di una propria autonomia culturale e politica, sarà trasversale, avrà un programma chiaro e un’identità marcata. La scelta di utilizzare un nome conosciuto, che aveva caratterizzato le lotte studentesche in seno al progetto di Azione Giovani, è stata unanime: ritrovare una casa comune, rimarcare la continuità simbolica con il percorso di una Comunità umana che non ha mai reciso le proprie radici, restituire nuova linfa ad un simbolo che richiama la tradizione e la verticalità di una Civiltà in affanno.

Azione Studentesca vuole costruire un’altra scuola: non subordinata agli interessi dei privati, per un sapere svincolato dalla logica del mercato, per il primato della libertà di iniziativa sull’egemonia del Preside-sceriffo, per il trionfo della meritocrazia sul clientelismo, per una centralità dello studente nel “Comitato per la valutazione dei docenti”, nella presenza consultiva e decisionale dei Consigli d’Istituto e delle Consulte Provinciali, nell’istituzione di un organo di controllo dei Presidi che vigili e proponga. La nostra scuola è accessibile a tutti, efficiente e completa: non crolla, non ha barriere architettoniche e offre strutture moderne e sicure. E’ la scuola aperta allo sport e alla natura, è centro di aggregazione e di confronto anche dopo il trillo della campanella. E’ la scuola della socialità, dove non occorre un mutuo per compare i libri. E’ la scuola degli studenti e non dei potentati, delle caste e dei sindacati.

Azione Studentesca si batterà contro la scuola dei polli in batteria. Perché non siamo delle copie, degli automi o degli utenti. La scuola deve prepararci alla vita e non solo all’azienda: vogliamo diventare uomini e donne con una coscienza critica e un futuro dignitoso, vogliamo credere al verbo della volontà e non al germe della rassegnazione. L’insegnamento deve essere uno stimolo alla crescita e non un prodotto commerciale, deve educare e non omologare, deve offrire spunti e non nozioni. Deve formare persone e non polli in batteria.

Azione Studentesca vuole studiare, vivere e difendere l’identità. Abbiamo una storia e una terra, apparteniamo ad un popolo e ad una nazione. La nostra è la civiltà delle legioni di Roma e dei miti greci, dell’aratro e della spada, delle grandi cattedrali e dei dolci paesaggi, dell’arte e della navigazione, dei santi e degli eroi, della letteratura e del diritto. Siamo l’Europa delle patrie e delle identità, della famiglia naturale, dello spirito e delle tradizioni: il nostro destino non può esserci imposto dalla società multietnica dell’immigrazione senza regole, dai poteri globali e dall’ideologia gender.
La scuola deve trasmetterci la fierezza di essere italiani ed europei, deve renderci orgogliosi di appartenere a tutto questo, affinchè possiamo iniziare a difendere ciò che abbiamo imparato ad amare.

Strage di Vergarolla: quando si usava il tritolo per cacciare gli italiani


da ilgiornaleoff.ilgiornale.it

La strage di Vergarolla, avvenuta domenica 18 agosto 1946, è forse la più sanguinosa (circa 100 vittime) fra quelle dell’Italia repubblicana. Volutamente nascosta per oltre cinquant’anni, viene finalmente portata alla luce in tutti i suoi aspetti grazie al libro del direttore de L’Arena di Pola Paolo Radivo.
Un’esplosione potente squarciò la spiaggia di Vergarolla alle 14:15 di domenica 18 agosto 1946. La terra tremò per una vasta area e i vetri delle case di Pola andarono in frantumi, come le speranze di mantenere Pola in territorio italiano. Sessantaquattro sono le vittime identificate e sepolte, ma circa cento persone furono spazzate via da quello che ancor oggi a fatica viene identificato come un attentato contro la popolazione italiana e, perfino dagli attuali vertici della Comunità italiana di Pola, viene derubricato a semplice incidente. 
Quell’esplosione, tragicamente simile al fungo atomico di Hiroshima, ebbe anche lo stesso effetto di quelle bombe micidiali. Si può dire che l’attentato di Vergarolla, come avvenne in Giappone, costrinse la popolazione alla resa: in quel periodo a Parigi erano in corso i negoziati per definire lo status dei territori italiani in Istria e in Dalmazia. L’italianissima Pola faceva sentire quasi quotidianamente la sua voce per manifestare la volontà di rimanere parte integrante di una ancora acerba Repubblica Italiana, magari sotto forma di enclave. Quella strage fiaccò definitivamente il morale dei nostri connazionali e da allora ci fu un lento e inesorabile abbandono di ogni speranza, fino alla firma del Trattato di Parigi (10 febbraio 1947) e all’esodo.
A settant’anni di distanza, dopo alcuni libri che hanno riacceso le luci su quel grave e criminale episodio, è stato realizzato finalmente uno studio approfondito che prende in esame tutti gli aspetti della tragedia. Il volume è: La strage d Vergarolla (18 agosto 1946) secondo i giornali giuliani dell’epoca e le acquisizioni successive (editore Libero Comune di Pola in Esilio – LCPE), l’autore è il direttore del mensile L’Arena di Pola Paolo Radivo, figlio di istriani. Inoltre è stato realizzato, sempre con il contributo determinante dell’LCPE, il documentario di Alessandro Quadretti L’ultima spiaggia. Pola fra la strage di Vergarolla e l’esodo. Ambedue sono importanti strumenti per capire cosa è effettivamente successo in quella tragica domenica d’agosto. Il corposo volume di Radivo conta ben 648 pagine ed è uno studio completo sulla vicenda, il documentario riporta anche le testimonianze dei pochi testimoni sopravvissuti, forse l’ultima occasione di sentire dalle voci di chi c’era la verità dei fatti.

Ma chi non ha mai sentito parlare di questa strage, per intenderci più sanguinosa di quella della stazione di Bologna, ha necessità di alcuni particolari e di inquadrare i fatti nel periodo storico.
Terminate ufficialmente le ostilità, Pola era rimasta territorio italiano sotto amministrazione alleata. Il maresciallo Tito pretendeva di acquisire anche l’italianissima Pola nella neonata Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia (dal 1963 Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia) e la Conferenza della Pace di Parigi era in corso. Va sottolineato che il delfino di Tito Milovan Gilas, poi caduto in disgrazia, in una intervista rilasciata al quindicinale fiumano Panorama (21 luglio 1991) dichiarò: «Nel 1946 io ed Edward Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana… bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo. Così fu fatto.»

In questo contesto si svolsero quella domenica di agosto le gare natatorie della Pietas Julia, evento che attirò sulla spiaggia di Vergarolla buona parte della gioventù italiana di Pola e dintorni, compresa la squadra del Centro Sportivo Proletario, filo-jugoslava, che vinse una delle gare e lasciò la zona verso l’ora di pranzo. Al momento dell’esplosione (14:15) erano presenti sulla spiaggia solo italiani, per lo più giovanissimi con le rispettive famiglie. 
A esplodere furono degli ordigni (di vario genere, per lo più bombe di profondità) che erano stati disinnescati e accatastati sulla spiaggia. Erano 12, 28 o 32, a seconda dei documenti del Governo Militare Alleato, e non potevano assolutamente esplodere da soli. Tanto che i ragazzini vi salivano a cavalcioni e le signore vi stendevano ad asciugare i teli da mare e i costumi da bagno. Per esplodere quegli ordigni avrebbero dovuto essere nuovamente riattivati e poi innescati, quindi in nessun modo si trattò di un incidente ma di un vero e proprio attentato. E la testimonianza di Claudio Bronzin, all’epoca un ragazzino, squarcia il muro di silenzio: ricorda che sua zia Rosmunda vide un uomo vestito (cosa un po’ strana d’estate) che aggiuntava dei fili elettrici presso la catasta dei residuati. E’ probabile che quell’uomo, mai identificato, sia stato l’esecutore materiale della strage, magari utilizzando l’attrezzatura delle vicine miniere di carbone dell’Arsa.
Il risultato della strage fu impressionante: oltre ai 64 cadaveri identificati anche se disintegrati (di una signora fu ritrovato solo un dito con la fede, piccolo ma determinante dettaglio, di uno dei figli del dottor Micheletti fu rinvenuta solo una scarpetta) ci furono circa una quarantina di altri sventurati che persero la vita in quello scoppio. Probabilmente uomini e donne che scappavano dai territori istriani occupati dai titini e che non erano mai stati registrati come domiciliati a Pola per paura di ritorsioni contro le loro famiglie rimaste in zona B. Basandosi sulle ossa e i resti umani reperiti, il dottor Micheletti stimò insieme a un dottore inglese che i morti totali avrebbero potuto essere compresi tra 110 e 116. In una relazione ufficiale il dottor Chiaruttini dichiarò che ci furono circa 100 morti.

Pola fu annientata, il suo spirito e quello dei suoi abitanti fu completamente distrutto. Le autorità jugoslave incolparono subito il governo alleato di scarsa sorveglianza, mentre a Pola il muro di omertà ha coperto e continua a coprire mandanti ed esecutori. Da qualche anno spuntano testimonianze che portano inequivocabilmente nella direzione dell’attentato, ma ancora la prova regina non c’è (come non c’è per molte altre stragi più recenti). Il nome che ricorre più frequentemente è quello di Ivan (Nini) Brljafa, un partigiano dell’Istria interna che a Pola ebbe poi anche qualche incarico locale dal governo jugoslavo. Brljafa si suicidò nel 1979 in seguito alla scoperta di un tumore ai reni, ma pare che lasciò un biglietto in cui confessava di aver agito su ordine di Albona (sede all’epoca di un comando dei servizi segreti jugoslavi). Altri testimoni raccontano che il giorno dopo il massacro due polesani avrebbero festeggiato insieme ai due attentatori in una trattoria di Monte Castagner, mentre dieci giorni dopo quattordici polesani brindarono alla strage in un’osteria di Monte Grande. Ma anche qui nessuna pistola fumante.
Però, grazie al libro di Radivo che compara gli articoli dell’epoca con i documenti successivamente rinvenuti e ulteriori testimonianze, sono venuti alla luce numerosi elementi, soprattutto per quello che riguarda i movimenti delle truppe alleate e delle truppe titine in zona subito prima dell’attentato. E anche ciò che avvenne subito dopo viene esaminato in profondità. Inoltre vengono messi a fuoco molti dettagli che riguardano i soccorsi dopo l’esplosione, l’assistenza ai feriti e il penoso momento dei funerali cittadini. Tra tutti emerse la figura del dottor Geppino Micheletti (cugino del noto filosofo goriziano Carlo Michelstaedter) che operò consecutivamente fino a tarda sera tutti i feriti gravi, anche dopo aver saputo che i suoi figli Carlo e Renzo erano stati spazzati via dall’esplosione. Solo a tarda sera si recò a Vergarolla alla ricerca dei resti di uno dei due. Fu decorato con la medaglia d’argento al valor civile. 

Lui rimase a Pola fino al settembre 1947, quando partì per l’esilio, dicendo che mai avrebbe potuto curare qualcuno con il sospetto di curare un criminale coinvolto nella strage.