domenica 30 dicembre 2012

E' sempre colpa tua!


da laboratorioaslan.blogspot.com

La necessità di non andare avanti da soli, si profila come l'unica speranza per il cambiamento che sì, deve partire anzitutto da noi stessi ma non può fermarsi, circoscritto, nella nostra coscienza. 

Sindrome da delega: Fa rabbrividire la volontà, decelera l'entusiasmo e amputa la speranza. Siamo tutti coinvolti in un processo di de responsabilizzazione, viviamo nella perenne necessità di un commissariamento coatto. Diamo sempre la colpa agli altri, dalla Politica nazionale, all'economia, fino ad arrivare alla gestione del condominio la ventata di sfiducia ha toccato percentuali altissime. Crediamo di non farcela e soprattutto siamo convinti che le ragioni delle nostre condizioni provengano esclusivamente dall'esterno. Umberto Tozzi e Gandhi, cos'hanno in comune? La canzone "Gli altri siamo noi" assomiglia tanto alla frase pronunciata dal mahatma nemico degli inglesi " Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo" eppure, nonostante il concetto possa sembrare abbastanza semplice, passiamo la metà delle nostra vita a cullarci sull'amaca del lamento, se pure fosse vero che questa vita facesse schifo,  passando metà della stessa a raccontarlo può solo che peggiorare. Politica, economia, società e famiglia, sono la diretta conseguenza dei nostri comportamenti, sono lo specchio, forse un po' opaco, che ritrae i nostri volti scontenti.
Funziona un po' come per la legge di gravità, tanto più siamo convinti che qualcosa stia per avvenire quanto avviene per davvero! Specie se ciò che deve avvenire è qualcosa di negativo e allora, perché continuare a frustrarci in questo modo? Se solo i nostri nonni sapessero che noi abbiamo ascensori, macchine, cellulari, vestiti per coprirci, pane e acqua tutti i giorni e ci mettiamo a urlare perché c'è stato un blackout nella metro ci piglierebbero a schiaffoni e non farebbero affatto male! 
In effetti, quanti calci (emotivi, si intende) daremmo a tutti coloro che sono perennemente scontenti? Per tutelare le nostre docili caviglie non possiamo fare altro che esportare gioia, essere contagiosi, pacche sulle spalle a volontà, risa ed entusiasmo, non possiamo di certo cadere nella trappola anche noi! 
"La parola d'ordine è una sola categorica e impegnativa per tutti" mica è una frase detta così a caso, si, poi la guerra l'abbiamo persa ma forse perché c'era troppa gente che si lamentava! 

sabato 22 dicembre 2012

Cultura. Tolkien, il mondo di Frodo, “Lo hobbit” e la riscossa del fantasy



A 51 anni il regista Peter Jackson conserva tutto il suo amore, provato sin da bambino, per l’opera di John Ronald Rueul Tolkien e dopodomani, nelle sale italiane uscirà il primo film della trilogia Lo Hobbit quasi a voler dare continuità alla precedente fatica di trasporre, ormai alcuni anni fa, la trilogia de Il Signore degli anelli, dell’autore inglese conosciuto in tutto il mondo. Un avvenimento atteso dai milioni di fan in tutto il mondo che sono presenti proprio ovunque, anche in Italia e in Puglia. Non caso, a partire proprio da giovedì prossimo si terrà una tre giorni di iniziative tolkieniane a Barletta con una mostra aperta fino al 26.
Come mai a distanza di 39 anni dalla morte del docente di Filologia e di Letteratura inglese medievale Tolkien, il mondo mitico da lui creato continua a registrare un successo notevole con traduzione in decine di lingue, anche le meno conosciute e oltre 80 milioni di copie vendute in tutto il mondo? Senza contare l’importanza che ha avuto la trasposizione cinematografica dell’opera maggiore, Il Signore degli anelli?
Come scrisse la critica Gaia Servadio oltre trent’anni fa, forse solo Walt Disney aveva creato un mondo e un lessico del tutto particolare con schiere di fedeli, società di fan tolkieniani in tutto il mondo, un lessico che può comprendere solo chi i libri di Tolkien ha letto.
Tutto cominciò nel 1964, quando uscì la prima edizione de Il Signore degli anelli in edizione tascabile e fui definito la Bibbia degli hippies, dei ragazzi che nei campus Usa contestavano la guerra nel Viet Nam: un milione di copie vendute. In Italia, fu pubblicato il primo volume della trilogia nel 1967 da Ubaldini-Astrolabio ma fu un fiasco, vendette solo qualche centinaio di copie e l’editore decise di non proseguire nella pubblicazione degli altri due volumi. Nel 1970 fu pubblicato dall’editore Rusconi, definito di destra su precisa segnalazione di Elemire Zolla al direttore editoriale e amico, Alfredo Cattabiani. Il libro ebbe grande successo e, negli anni successivi divenne una bandiera dei giovani schierati a destra. Recentemente l’ex ministro Giorgia Meloni, in un’intervista, ha confermato che il libro da lei preferito è Il Signore degli anelli. Ma a partire dai primi anni Settanta ci fu da parte delle frange giovanili di destra una particolare attenzione per questo scrittore, questa opera e i contenuti che il medievista Franco Cardini ha ravvisato in particolare in una contestazione dei valori consumistici e progressisti che si traduce in una “rivolta contro il mondo e la cultura moderni compiuta nel nome del mondo e della cultura tradizionali, di quei valori cioè che che in Occidente sono stati minati da un certo filone del pensiero umanistico e dalla riforma protestante per essere poi del tutto obliterati dalla nascita del mito del progresso e della rivoluzione industriale con i suoi corollari con le quattro grandi rivoluzioni sociopolitiche (inglese, francese, americana, russa)”. Insomma, al centro dell’opera c’è il sacro e l’origine divina del potere, il senso della comunità e della sua tutela, del solidarismo familiale e viciniale, dei valori dell’amicizia, la difesa dell’identità propria.
Allora Tolkien, conservatore, monarchico e tradizionalista, cattolico papista, antimoderno e antinazista e antirazzista può essere collocato come autore di destra? Gianfranco de Turris, caporedattore cultura della Rai, autore di una ventina di libri curatore di circa 300 e consulente di varie case editrici fra cui la Bompiani, la Bietti e le Mediterranee, è stato nel 1969 il primo a scrivere, insieme a Sebastiano Fusco, un profilo di Tolkien per l’Enciclopedia Arcana (edita da Sugar) spiega: “Ritengo che non si debba dire che Tolkien sia di destra o di sinistra, c’è la sua opera e questo dibattito culturale esiste ancora soltanto in Italia. Negli altri paesi non esiste. Il Signore degli anelli uscì nel 1970 da Rusconi, un editore collocato a destra e prima che l’opera avesse diffusione fu preso di mira dall’intelligentsia di sinistra, a partire da Umberto Eco che vedeva nei curatori Zolla e Principe due intellettuali di destra. E’ un romanzo di 1.200 pagine con un taglio spirituale che si richiama alle saghe pagane come il Beowulf e fu notato dagli appassionati del fantastico come me e Fusco e per Tolkien fu coniato il termine fantasy e si recensiva e parlava di questo libro su riviste di destra. Si trattò di un’adesione spontanea a questo genere di letteratura che mostrava valori condivisibili. Ritengo che ci furono strumentalizzazioni da parte dell’intelligentsia di sinistra. Credo che in Tolkien ci sono varie questioni che possono attirare non si dovrebbe dire che è un autore di destra o di sinistra: chi è cattolico si avvicina a questo autore per i richiami religiosi, chi ama la letteratura antica non può non amare la struttura del racconto, chi contesta il capitalismo e la società dei consumi si rispecchia nei discorsi di questo autore. La verità è che si tratta di un autore universale un autore che divulga valori che attingono al mito: ha creato un romanzo epico per la cultura del Novecento che non si faceva da un centinaio d’anni”.
* da La Gazzetta del Mezzogiorno

Nasce Fratelli d'Italia!

da laziocom.com

Nasce 'Fratelli d'Italia', la nuova formazione politica formata da Guido Crosetto, Giorgia Meloni e Ignazio La Russa. L'accordo e' stato annunciato con una breve dichiarazione a Montecitorio di Meloni e Crosetto. E’ la stessa Giorgia Meloni a ufficializzarlo su Twitter: “È ufficiale. Io e @GuidoCrosetto lasciamo il PdL. Nasce Fratelli d'Italia, movimento di centrodestra. Onestà, partecipazione, meritocrazia”.
I due esponenti del Pdl che domenica scorsa avevano dato vita ad una manifestazione 'senza paura' decidono di ufficializzare un progetto a cui lavorano ormai da diverso tempo e che vedra' appunto la collaborazione anche di Ignazio La Russa che ormai da giorni aveva ufficializzato la nascita di Centrodestra nazionale.
''Il nostro movimento ha una base nel centrodestra'',spiega Guido Crosetto che ci tiene a precisare che la decisione di dar vita ad un nuovo soggetto politico non e' ''contro Berlusconi'' anche se a chi gli chiede se il movimento si presentera' alleato del Pdl, l'ex sottosegretario risponde: ''Lasciateci iniziare, si tratta di una scelta coraggiosa, fatta senza un euro in tasca come molti italiani, vediamo che succedera'''.

"Abbiamo deciso di fare un passo ulteriore rispetto al percorso di qualche mese fa- spiega Crosetto- uscire dal Pdl e fondare un altro soggetto politico che resti nel centro destra: abbiamo trovato sulla nostra stessa posizione La Russa con cui ci uniremo". Meloni informa che abbandonata "l'esperienza del Pdl il un nuovo soggetto politico si chiamera' 'Fratelli d'Italia' e dovra' incarnare i valori della partecipazione, democrazia e merito".

martedì 18 dicembre 2012

Un uomo vale quanto la sua parola, e tu quanto vali?



da azionetradizionale.com
Tra gli antichi popoli arya niente era più contaminante e grave della menzogna. Ce lo ricorda Julius Evola in più di una sua opera. Questo perché il mentire contamina, altera e crea una discrepanza tra ciò che si è, e ciò che si fa. Ed offende ad un tempo tanto la comunità di appartenenza, vissuta in tali tempi come appartenenza non meramente “sociale”, ma soprattutto etica, di sangue e di suolo, e il singolo che mente. Non aveva importanza che si mentisse su piccole cose: era l’atteggiamento interiore che contava. Mentire non è nobile, non si attaglia ad un “nobile figlio”, come gli arya si consideravano. La menzogna è doppiezza è sintomo di una non chiara mente, di uno stato di alterazione interiore: e non stupisce che una delle sue manifestazioni più tipiche, il dire una cosa e farne un’altra, il mancare alla parola data, fosse una delle maggiori onte all’onore in tale visione del mondo e dell’individuo.
Pare ora evidente come nei tempi attuali il “canone” sia decisamente opposto: non solo la menzogna è diventata “modus vivendi”, ma anche e soprattutto “forma mentis” individuale, laddove la prima menzogna è quella che sosteniamo verso noi stessi, fingendo di essere ciò che non siamo. Il tutto per le finalità disumanizzanti dell’attuale sistema di vita. Lasceremo da parte il compromesso e l’adattamento, il cui fetido tanfo ammorba il panorama odierno e le narici di chi, invece, per sua natura aspira a ben altri “profumi”, a ben altre altezze.
Più specificamente si può osservare come sia divenuta consuetudine la mancanza di coerenza tra pensiero e azione, tra “dire” e “fare”, tant’è che la fedeltà alla parola data, ad un giuramento, ad un impegno, non sono più sentiti come normativamente vincolanti, quantomeno su di un piano etico, come ancora era il caso della società dei nostri nonni. Oggi è la regola dare un appuntamento e non presentarsi adducendo all’ultimo una scusa; affermare che si compirà un azione (anche la più banale come fare un favore ad un amico) e poi non compierla, adducendo i più svariati impegni; giurare amore eterno o eterna dedizione, e poi venire a mancare nel momento del bisogno, laddove veramente si misurano la caratura e il valore del singolo, per motivi meramente egoici, ammantati che siano da sentimento o “passione”; si esterna un interesse per qualcuno o qualcosa, e questo muta nell’arco di un giorno, a testimonianza del pietoso stato confusionale in cui versa l’universo interiore dell’uomo e della donna odierni.
Dal politico al comune cittadino, dal capitano di industria alla massaia, si è perso il gusto e il senso di essere “integri” e coerenti, ossia di agire come si parla, e si ritiene “noioso” chi ancora ricorda il valore di una simile condotta. Come abbiamo detto, il danno principale non è tanto, e non solo, quello alle relazioni interpersonali e sociali, che pure è evidente e drammatico, quanto il danno interiore, la scissione profonda che si viene a creare nell’intimo: scissione che si aggiunge alle svariate forme di lesione della personalità operata dalle forze demoniche scatenate nell’età oscura. Ci troviamo quindi innanzi uomini e donne timorosi, ambigui, sfuggenti a qualsiasi impegno e a qualsiasi responsabilità, indecisi su tutto, ma soprattutto incoscienti della loro identità: è l’uomo “sfuggente” di cui parla Evola ne “L’arco e la clava”.
A forza di menzogne e di sotterfugi con gli altri, ma in primis con sé stessi, ci si trova un giorno a non sapere più chi siamo veramente: a togliere la maschera che il teatrino della vita odierna ci costringe a portare, e a trovarvi sotto, come nel tetro racconto di Edgar A. Poe “la morte rossa”, solo uno sconfinato e inquietante nulla.
Gemini

lunedì 17 dicembre 2012

Meloni-Crosetto "Cattivissimi noi"



Ironie e fotomontaggi sulla coppia politica più inedita del panorama
Ma loro ci scherzano su: "Sarà dura, ma non abbiamo paura"

Amedeo La Mattina

Rischiano di rompersi l’osso del collo politico, ma loro ci scherzano su. «Caro Guido, forse io e te andremo a sbattere contro un muro ma alla fine potremo dire che ci siamo tanto divertiti e ci siamo fatti tante risate». E una bella risata Giorgia Meloni e Guido Crosetto se la sono fatta quando un ragazzo del movimento «Senza Paura» ha fotomontato la locandina del cartone animato «Cattivissimo me» in cui i due personaggi assomigliamo in maniera impressionante a loro due. Qui diventano «Cattivissimi noi» perchè non vogliono unirsi al coro e agli inni pro-Monti, non vogliono nemmeno Berlusconi ancora una volta candidato premier, non vogliono un Pdl caserma dove non si possono svolgere le primarie perché il capo non le vuole e il segretario Alfano si allinea.  

«Io in un partito dove le questioni di massima importanza vengono decise da una sola persona e vengono comunicate con una mail non ci sto. Se devo morire decido io come farlo», azzanna Giorgia, che però subito sdrammatizza e fa vedere sul cellulare la locandina modificata. «Ora la mando subito a Guido». Visti l’uno accanto all’altro, come l’altro giorno sul palco dell’Auditorium della Conciliazione a Roma, saltava all’occhio la loro differenza di statura, mezzo metro. Lui mastodontico e calvo, lei piccolina bionda con gli occhini azzurri, proprio come i due personaggi del cartoon.  

Sono la coppia più strana della politica italiana, la «iL» della politica italiana, il gigante (buono e non cattivissimo) e la bambina, lui liberale ex Forza Italia, lei identitaria ex giovanile Msi-An, ma ora insieme hanno deciso di giocarsi il tutto per tutto, loro che erano candidati alle primarie e Berlusconi ha chiuso in cassetto. Ma quel cassetto vogliono scappare e lo stanno facendo. Progetto velleitario? Si vedrà. Intanto dovranno pedalare duro, soprattutto se faranno la loro lista, uscendo dal Pdl. Se rimangono nell’alleanza di centrodestra dovranno prendere il 2%: solo così potranno portare se stessi e i loro seguaci in Parlamento. E sarà dura.  

«Certo che sarà dura - ammette la Meloni - ma non abbiamo paura. Il problema è che ci mancano i soldi. Ma sa cosa ho detto ieri a Guido, che è ricco di famiglia,: “senti, facciamo così, in questa impresa folle che stiamo mettendo su, io ci metto il cervello e tu i soldi. Ci siamo fatti un sacco di risate». 

Simbologia. Significati e mistica delle cerimonie e delle usanze del Natale


Le feste natalizie sono costellate di cerimonie ed usanze di cui non tutti conoscono il significato profondo, l’origine e l’evoluzione. Alcune di esse derivano da tradizioni pagane cristianizzate. Questa commistione di usanze di ispirazione evangelica con altre precristiane è dovuta alla collocazione calendariale del Natale che, diversamente dalla Pasqua, è errata storicamente. Nel vangelo di Luca si narra soltanto che nel periodo in cui nacque Gesù c’erano a Betlemme dei pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al gregge. Siccome sappiamo che i pastori ebrei partivano per i pascoli all’inizio della primavera, in occasione della loro Pasqua, e tornavano in autunno, è evidente che il Cristo nacque tra la fine di marzo e il primo autunno; tant’è vero che fino alla fine del III secolo il Natale veniva festeggiato, secondo i luoghi, in date differenti: il 28 marzo, il 18 aprile o il 29 maggio.

Nella seconda metà del secolo III si affermò nella Roma pagana il culto del sole, di cui l’astro non era se non una manifestazione sensibile. In suo onore l’imperatore Aureliano aveva istituito una festa al 25 dicembre, il Natalis Solis Invicti, il Natale del Sole Invitto, durante il quale si celebrava il nuovo sole “rinato” dopo il solstizio invernale. Molti cristiani erano attirati da quelle cerimonie spettacolari; sicché la Chiesa romana, preoccupata per la nuova religione che poteva ostacolare la diffusione del cristianesimo più delle persecuzioni, pensò bene di celebrare nello stesso giorno il Natale di Cristo. La festa, già documentata a Roma nei primi decenni del IV secolo, si estese a poco a poco al resto della cristianità.

La coincidenza con il solstizio d’inverno fece sì che molte usanze solstiziali, non incompatibili con il cristianesimo, venissero recepite nella tradizione popolare. D’altronde non si trattava di una sovrapposizione infondata, perché fin dall’Antico Testamento Gesù era preannunciato dai profeti come Luce e Sole. Malachia lo chiamava addirittura “Sole di giustizia”.

Per questi motivi già nei primi secoli l’accostamento del sole al Cristo era abituale, come testimonia Tertulliano: “Altri ritengono che il Dio cristiano sia il sole perché è un fatto notorio che noi preghiamo orientati verso il sole che sorge e nel giorno del sole ci diamo alla gioia, a dire il vero per un motivo del tutto diverso dall’adorazione del sole”.

Collegata a questo simbolismo di luce è l’usanza di adornare l’uscio di casa con piantine come il pungitopo o l’agrifoglio dalle bacche rosse, mentre quella del vischio è una tradizione celtica cristianizzata. La si considerava una pianta donata dagli dei poiché non aveva radici e cresceva come parassita sul ramo di un’altra. Si favoleggiava che spuntasse là dov’era caduta una folgore: simbolo di una discesa della divinità, e dunque di immortalità e di rigenerazione. La natura celeste del vischio, la sua nascita dal Cielo e il legame con i solstizi non potevano non ispirare successivamente ai cristiani il simbolo di Cristo: come la pianticella è ospite di un albero, così il Cristo, si dice, è ospite dell’umanità, un albero che non fu generato nello stesso modo con cui si generano gli uomini. Alla luce delle antiche feste solstiziali si seguivano alcune usanze, come ad esempio quella di accendere fuochi e falò che hanno, si dice, la funzione simbolica di “bruciare” le disgrazie e i peccati dell’anno morente, di purificare, ma anche di ricevere dal sole, composto di fuoco, nuova energia, fertilità e fecondità: sole che altro non è se non il simbolo di Cristo, come si è già detto.

Ma torniamo alla notte di Natale quando, una volta e ancora adesso in qualche famiglia toscana o emiliana, si accendeva dopo la cena di magro un ceppo che rappresenta simbolicamente l’Albero della Vita, il Cristo, dicendo: “Si rallegri il ceppo, domani è il giorno del pane; ogni grazia di Dio entri in questa casa, le donne facciano figlioli, le capre capretti, le pecore agnelletti, abbondino il grano e la farina e si riempia la conca di vino” – “Il giorno del pane”, lo chiamavano: per questo motivo si mangiavano, come oggi d’altronde, dolci a base di farina che hanno nomi diversi secondo le regioni: pangiallo, pane certosino, pandolce, panforte, pampepato e panettone. Perché mai il pan dolce? L’usanza di consumare questo alimento nei periodi solstiziali potrebbe risalire agli antichi Romani, perché Plinio il Vecchio riferisce che alla festa del Natalis Solis Invicti si confezionavano le sacre e antiche frittelle natalizie di farinata. Con l’avvento del cristianesimo si modificò l’interpretazione riferendosi alle parole di Gesù: “lo sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più lame e chi crede in me non avrà più sete; io sono il pane della vita”. Il Pane della Vita s’incarnò proprio a Betlemme, che nell’ebraico Bet Lehem significava Casa del Pane, nome dovuto probabilmente al fatto che proprio in quella cittadina era un immenso granaio, essendo circondata da campi di frumento.

Quanto al ceppo, non è il solo simbolo arboreo natalizio: lo è anche l’abete che fin dall’epoca arcaica tu considerato un albero cosmico che si erge al centro dell’universo e lo nutre. Fu facile ai cristiani del nord assumerlo come simbolo del Cristo. Nei paesi latini l’usanza si diffuse molto tardi, a partire dal 1840, quando la principessa Elena di Maclenburg, che aveva sposato il duca di Orléans, figlio di Luigi Filippo, lo introdusse alle Tuileries suscitando la sorpresa generale della corte. Persino i suoi addobbi sono stati interpretati cristianamente: i lumini simboleggiano la Luce che Gesù dispensa all’umanità, i frutti dorati insieme con i regalini e i dolciumi appesi ai suoi rami o raccolti ai suoi piedi sono rispettivamente il simbolo della Vita spirituale e dell’Amore che Egli ci offre.

Anche l’usanza della tombola nel pomeriggio del Natale ha una derivazione pagana: durante i Saturnali, che precedevano il solstizio e sui quali regnava Saturno, il mitico dio dell’Età dell’Oro, si permetteva eccezionalmente il gioco d’azzardo, proibito nel resto dell’anno: esso era in stretta connessione con la funzione rinnovatrice di Saturno il quale distribuiva le sorti agli uomini per il nuovo anno; sicché la fortuna del giocatore non era dovuta al caso, ma al volere della divinità.

Nella Roma antica, in occasione dell’inizio dell’anno si usava anche donare delle strenae che arcaicamente erano rametti di una pianta propizia che si staccavano da un boschetto sulla via Sacra, consacrato a una dea di origine sabina, Strenia, apportatrice di fortuna e felicità. Poi a poco a poco si chiamarono strenae anche doni di vario genere, come succede ancora oggi.

É invece soltanto cristiana l’usanza del Presepe. Il primo, vivente, con il bue e l’asino nella mangiatoia, risale al 1223 a Greccio, un paese vicino a Rieti: lo ideò san Francesco d’Assisi ispirandosi a una tradizione liturgica sorta nel secolo IX, quando in molti Paesi europei si formarono dall’ufficio quotidiano delle ore i cosiddetti uffici drammatici a rievocare le principali scene evangeliche con brevi dialoghi. Successivamente quei primi esperimenti si ampliarono in strutture più vaste e complesse, sicché il tema della Natività ispirò nel monastero di Benedikburen un vero e proprio dramma al cui centro campeggiava quella del presepe.

Ispirandosi a quelle sacre rappresentazioni Francesco volle rievocare la scena della Natività con un bue e un asino in carne ed ossa. “L’uomo di Dio” scrisse san Bonaventura da Bagnoregio “stava davanti alla mangiatoia, ricolmo di pietà, cosparso di lacrime, traboccante di gioia”. Ancora oggi a Greccio si celebra il presepe vivente da cui sono derivati quelli inanimati. La mangiatoia era vuota ma il cavaliere Giovanni di Greccio, molto legato a Francesco, affermò di avere veduto un bellissimo fanciullino addormentato che il beato Francesco, stringendolo con entrambe le braccia, sembrava destare dal sonno.

* da Avvenire del 2 marzo 2003 (ripubblicato da Barbadillo.it)
a cura di Alfredo Cattabiani



giovedì 13 dicembre 2012

Le primarie delle idee

La rivoluzione dentro di noi


di Pier Paolo Dal Monte

Accade sempre più di rado che un libro ci sorprenda, forse perché ne abbiamo letti tanti o, forse, perché sono sempre più rari i libri sorprendenti. Eppure ciò è accaduto con la lettura di questo. Uno dei motivi della nostra sorpresa è stata la scoperta della ricchezza di pensiero di un personaggio che, dobbiamo ammettere, non abbiamo mai troppo considerato e, pertanto non ci siamo mai curati di conoscere a fondo. Abbiamo sì spigolato qua e là qualche pagina della sua vasta opera, ma non siamo andati molto oltre quelle iniziali, considerando quegli scritti dei semplici reportage giornalistici ben narrati o, tutt’al più racconti di viaggio, categoria che non frequentiamo più da vari anni.

Leggendo questo libro abbiamo capito di aver commesso una leggerezza, di aver dato un giudizio affrettato (tanto affrettato da essere un pregiudizio) su qualcosa che meritava ben più di una lettura superfiiciale. Dobbiamo ringraziare l’autrice per averci fatto scoprire che l’opera di Terzani è molto più di quello che pensammo, ma narra un percorso interiore complesso e profondo (non è forse questo lo scopo di ogni viaggio che non sia semplice evasione da una squallida quotidianità?) ch’ella distilla con maestria per coglierne la quintessenza, dipanando l’aggrovigliata matassa sparsa in un’ampia mole di scritti e tessendola con perizia sino a formare un disegno coerente che mostra quell’archetipico viaggio interiore che dovrebbe costituire la trama della vita di ognuno di noi.

Diceva Henry Miller che “ C’è solo una grande avventura, ed è al di dentro, verso l’essere, e per questo non contano né il tempo, né lo spazio, e nemmeno i fatti.”, l’unico viaggio importante è quello che si percorre verso le profondità di noi stessi, non quello orizzontale, che copre l’estensione cartesiana, ma quello verticale che porta dalla materia allo spirito. Il viaggio della vita, inizia con la catabasi dello spirito che si condensa nella materia i cui siamo fatti -il “peccato originale”- e, nel corso del cammino, quella materia finirà col sublimarsi nuovamente in spirito. L’abilità dell’autrice è stata quella di cogliere il filo del percorso della che Terzani compie nel corso di una vita piena di luoghi, pensieri e persone, fino a confrontarsi, alla fine con una lunga malattia ch’egli coglierà come stimolo per l’anabasi finale.

Uno dei capitoli più importanti del libro, “La materia al centro di tutto”, tratta del complesso ideologico e mitologico che, da quattrocento anni, guida il corso della civiltà occidentale, la cui compulsione verso il “dominio del mondo” ha generato conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. I due miti principali di questo complesso, sono incarnati dal dogma economico e da quello scientista: la scienza e l’economia, da strumenti sono diventati dottrine di fede.

“A volte abbiamo persino l’impressione che la nostra vantata civiltà, tutta fondata sulla ragione, sulla scienza e sul dominio di quello che ci circonda, ci abbia portato in un vicolo cieco, ma tutto sommato pensiamo che la scienza ci aiuteranno a uscirne. E così continuiamo imperterriti a tagliare foreste, inquinare fiumi, seccare laghi, spopolare gli oceani, allevare e massacrare animali, perché questo – ci dicono gli scienziati ed economisti produce benessere”(pag 54)

La critica di Terzani è volta proprio a smascherare la credenza che l’economia sia una forza immanente alla quale bisogna attribuire una fede incondizionata, mentre invece è solo una funzione della società, quella volta a facilitare e –eventualmente- a normare gli scambi di beni e servizi, come già Aristotele comprese più di duemila anni fa.

A proposito dei nostri economisti Terzani si domanda: “Cosa sanno dirci sull’avidità che sta distruggendo il mondo in nome di quello che loro stessi, magari, definiscono progresso? [...] Parole come ‘ingordigia’, ‘avidità’, ‘egoismo’ non compaiono certo nei libri di economa e gli stessi economisti continuano a praticare la loro scienza come se non avesse niente a che fare col destino dell’umanità” (Ibid.)

Queste considerazioni ci ricordano quelle di Nicholas Georgescu-Roegen che, primo tra gli economisti, mise in luce i rapporti tra il processo economico e la seconda legge della termodinamica (quella che definisce l’entropia), arrivando a conclusioni simili a quelle che Terzani esprime nel passo seguente:

“ Quanto ancora potrà durare un mondo così, retto esclusivamente dai criteri incolti, disumani ed immorali del’economia?” (pag 55)

L’autrice, prendendo spunto dagli scritti di Terzani, elabora una forte critica del modello economico che informa la moderna società globale, critica che si inserisce in un solco tracciato da pensatori del calibro di Adorno e Horckheimer, Hannah Arendt e, più recentemente, di figure come Bernard Charbonneau, Andrè Gorz e Serge Latouche; col grande merito di trattare questo tema in maniera assai più semplice ed immediata, alla portata di lettori poco adusi a confrontarsi con opere complesse come quelle degli autori citati, ben comprendendo che, “Immersi come siamo in questa visione del mondo, non ci rendiamo conto di quanto il punto di vista economico, che domina così pesantemente la nostra vita, sia privata che pubblica, non abbia la benché minima valenza universale, ma derivi da un ben definito ambito di pensiero” (pag 137

Lo stesso dicasi per ciò che riguarda la critica alla “religione della scienza” (allareligione della scienza, si badi bene, non alla scienza in quanto tale), che solo pochi autori hanno saputo condurre in profondità,

“Noi moderni siamo immersi in una mentalità scientifica, la quale, fondandosi sull’assunto che esista un mondo materiale separato dalla mente, pensa che questo mondo possa essere dominato e asservito ai nostri desideri. E’ quindi l’utilizzo di questo mondo a rappresentare il fine ultimo della nostra mentalità scientifica [...]Abbiamo messo la scienza sull’altare al posto della religione, ma la scienza è soltanto una delle possibili visioni del mondo, e il fatto che essa sia quella più moderna, non deve trarci troppo in inganno” (pag. 58, 68)

Terzani non sembra avere un atteggiamento pregiudiziale nei confronti della scienza in quanto tale né, tantomeno, aprioristicamente “antimodernista”, semplicemente egli biasima l’assolutismo culturale che ha messo la scienza su un altare e ne ha fatto un idolo cui si deve fede e venerazione ma che non può essere oggetto di critica, ed è diventato l’unico strumento di osservazione e l’unico criterio di valutazione dell’esistente.

“La scienza è bravissima la scienza contribuisce enormemente a rendere la nostra vita più comoda. [...] Ma che altro ci dà? Niente. Ci toglie il cielo perché con la pretesa di essere tutto blocca ogni altra aspirazione.” (pag 202),

Il riduzionismo insito visione del mondo meccanicistica, è responsabile di un’epistemologia sempliciotta che non è adatta per riconoscere ed affrontare adeguatamente i problemi generati dalla complessità dovuta alle infinite interazioni che caratterizzano i sistemi socioeconomici e gli ecosistemi. L’approccio meccanicistico non fa altro che cercare la vis a tergo di qualsiasi fenomeno, una causa chiara e definita e presuppone che, modificando quest’ultima, l’effetto risultante potrà fornire una soluzione, come nell’esempio della beata speranza della pace nel mondo:

“Nel mondo attuale , l’idea dominante riguardo alla pace è questa: una crescita economica diffusa porterà alla pace mondiale. Se esistono ancora guerre e conflitti, ciò accade perché esistono ancora situazioni di povertà e miseria. Ma quali fondamento ha un’idea così diffusa” (pag 121)

Nessun approccio che si fondi su simili basi è adeguato per comprendere quelli che sono chiamati, nel moderno gergo scientifico, sistemi adattativi complessi,semplicemente perché, nella complessità, le leggi lineari del meccanicismo, non funzionano..

“Quando l’essere dell’universo veniva concepito come totalità, come completa interconnessione, come unità complessa, il valore veniva sen’altro attribuito all’ordine, all’equilibrio e all’armonia delle cose. Lo scopo dell’uomo era dunque adeguarsi il più possibile all’ordine della natura” (pag. 106

Il pensiero antico, che era olistico e quindi aveva una visione unitaria del cosmo e dell’uomo, aveva compreso da millenni queste semplici verità. Purtroppo la moderna visione del mondo ha prima svilito e poi ablato questo orientamento, per abbracciare un metodo meccanicistico che frammenta la conoscenza in mille rivoli, come fanno le attuali scienze. Solo negli ultimi decenni, si è iniziato a comprendere che lo studio dei sistemi complessi non può essere condotto attraverso il riduzionistico quadro epistemologico del meccanismo, perché

“ Nel mondo tutto è legato, interrelato, collegato. Piuttosto che un solo nesso lineare causa-effetto, dovremmo ammettere che esiste sempre una catena di cause-effetti ed effetti-cause” (pag 81)

Prendere coscienza di quest’infinita complessità può essere scoraggiante, può disorientare coloro che vorrebbero cambiare le cose, modificare il corso suicida della nostra civiltà. Dove appoggiarsi? Da dove iniziare? Terzani suggerisce che il cambiamento debba, prima di tutto, essere interiore

“Dobbiamo renderci conto di quanti bagagli dobbiamo disfarci prima di metterci in cammino. Di questi bagagli i più pesanti sono senz’altro le idee che per abitudine ci portiamo appresso, il fardello delle idee collettive che danno forma la nostro tempo [...] Oggi il mondo è pieno di cose che vogliono intrappolarvi e fare di voi dei consumatori. Consumate sciocchezze, banalità. Allora difendetevi, digiunate [...]Ad ogni passo che fate domandatevi perché lo fate. La coscienza, amici miei, la coscienza prima di tutto [...]Basta ridurre i cosiddetti bisogni di cui presto ci si accorge di non aver bisogno affatto.[...]Questa è la vera libertà, non la libertà di scegliere, ma la libertà di essere” (pag 105, 104,164-165)

E poi, ancora

“Il salto qualitativo sta nell’esercitarsi ad abbandonare il nucleo dell’ego, dove l’io domina la materia attraverso il sapere, la modifica perché si adegui ai suoi interessi, la assoggetta al proprio utile e così finisce che la categoria più importante sia quella del profitto e tutto il mondo, compresa la natura e gli esseri umani è ridotto a qualcosa che possiamo consumare” (pag.217)

Che dire dopo questo? Possiamo solamente ringraziare ancora l’autrice per averci guidato non solo attraverso l’opera di un autore straordinario, ma anche, con grande acume critico, attraverso la storia del pensiero che ha portato alle rovine dell’oggi. La via per riuscire a liberarci dalle nostre catene è quella di smettere di credere ch’esse siano ciò che ci rende liberi.

domenica 2 dicembre 2012

Lasciati spiare… dai manichini!



Un manichino “intelligente”, cioè in grado di riconoscere il consumatore. Manichini dotati di fotocamere con riconoscimento facciale e in grado di raccogliere informazioni sulle persone che passano loro di fronte, in particolare età, razza e genere. Capaci  di misurare l’afflusso dei clienti in base alla fascia oraria e di capire da quali oggetti sono maggiormente attratti, sulla base del tempo di stazionamento davanti alla vetrina. Ora, tranquillo. E pensa che questa tecnologia è applicata solo ed esclusivamente per innocui fini commerciali… Sei sicuro?
(La Stampa) – Quando si dice l’ingegno italiano. Sta facendo il giro del mondo, specie nelle testate che si occupano di tecnologia la notizia, lanciata da Bloomberg, di come alcuni grandi marchi di abbigliamento stiano utilizzando nei loro negozi dei manichini messi a punto dalla società Almax, di Mariano Comense.
Non si tratta di esemplari qualunque, ma di prodotti della linea Eye See, pupazzi dalle fattezze umane dotati di fotocamere con riconoscimento facciale e in grado di raccogliere informazioni sulle persone che passano loro di fronte, in particolare età, razza e genere. Capaci anche, grazie al software sviluppato dall’azienda Kee Square, spin off del Politecnico di Milano, di misurare l’afflusso dei clienti in base alla fascia oraria e di capire da quali oggetti sono maggiormente attratti, sulla base del tempo di stazionamento davanti alla vetrina.
Costano 4.000 euro ciascuno e, secondo quanto rivelato dal Ceo Max Catanese a Bloomberg, finora Almax ne ha venduta qualche dozzina: i manichini bionici hanno già trovato impiego in cinque catene di abbigliamento, compresa, secondo alcuni, Benetton. 
La multinazionale veneta ha però smentito, affermando di adoperare sì, manichini di Almax, ma non quelli dotati di fotocamera.
I benefici per i commercianti riguardano la possibilità di personalizzare il servizio sulla scorta dei dati immagazzinati con si sistema Eye See: i casi citati sono quelli di un negozio che, notando che la gran parte della propria clientela pomeridiana era composta da ragazzi, ha introdotto una linea di vestiti pensati apposta per loro; in un altro esercizio, constatato che i clienti che entravano dopo le 16 erano per lo più asiatici, sono stati assunti dei commessi in grado di parlare cinese.
Non mancano però perplessità sul fronte della privacy: per quanto in molti negozi esista già un servizio di videosorveglianza, i consumatori vengono avvertiti di essere filmati e le telecamere sono solitamente visibili. Senza contare che si suppone che il monitoraggio venga effettuato per motivi di sicurezza, per prevenire furti, non per catalogare la clientela. Finora comunque Almax non sembra aver incontrato resistenze legali; anzi pare volersi spingere ancora più in là: la società comasca starebbe lavorando a un sistema per dotare i manichini, oltre che di vista, anche di udito, per origliare i commenti dei passanti sull’abbigliamento dei pupazzi e targettizzare ulteriormente l’offerta.