lunedì 29 maggio 2017

La questione migranti che portò Roma al collasso

 
La cattiva gestione dell'ondata migratoria di Goti, nel quarto secolo, generò le ostilità alla base della Battaglia di Adrianopoli, l'inizio della fine per l'Impero Romano d'Occidente. Una vicenda da cui avremmo da imparare.

da focus.it

Il 9 agosto del 378 d.C., ad Adrianopoli, in Tracia - nella moderna provincia turca di Edirne - si consumava una delle peggiori sconfitte militari mai subite dai romani: il massacro di 30 mila soldati dell'impero, guidati da Flavio Giulio Valente, perpetrato dai Goti, al seguito del re guerriero Fritigerno. Secondo gli storici, quella disfatta segnò l'inizio della catena di eventi che avrebbe portato alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente, nel 476. 

Ripercorrere oggi gli eventi che portarono alla battaglia di Adrianopoli è interessante: secondo una lettura dei fatti di allora pubblicata su Quartz, all'origine della strage ci sarebbe stata la cattiva gestione, da parte dei romani, di un'imponente ondata migratoria di Goti avvenuta due anni prima. Gli stessi Goti che si sarebbero trasformati nei carnefici delle legioni dell'Urbe.

In fuga dalla guerra. Nel 376 d.C., racconta lo storico Ammiano Marcellino, i Goti furono costretti ad abbandonare i propri territori (nell'attuale Europa orientale) spinti dagli Unni, "la razza più feroce di ogni parallelo", che premeva da nord sui loro confini. Il loro arrivo, "come un turbine, dalle montagne, come se fossero saliti dai più segreti recessi della Terra per distruggere tutto quello che capitava a tiro", provocò un bagno di sangue tra i Goti che decisero - come fanno oggi i siriani - di fuggire.

Richiesta di asilo. I Goti, guidati da Fritigerno, chiesero allora ai Romani di potersi stabilire in Tracia, al di là del Danubio: una terra fertile con un fiume che li avrebbe protetti da un'invasione unna. Quell'area era governata dall'imperatore Valente, al quale i Goti promisero sottomissione a patto che avessero potuto vivere in pace, coltivando e servendo i romani come truppe ausiliarie. In segno di gratitudine, Fritigerno si convertì anche al cristianesimo.

Viaggio della speranza. Inizialmente le cose sembrarono funzionare: i Romani, nei confronti delle popolazioni sottomesse, esercitavano abitualmente una strategia inclusiva. Preferivano farne cittadini romani e assimilarne la cultura, per evitare future ribellioni. Decine di migliaia di Goti (forse oltre 200 mila) guadarono il Danubio di giorno e di notte, imbarcandosi su navi e scialuppe di fortuna; molti di essi, per il gran numero, annegarono, e furono trascinati via dalle correnti. 

Corruzione e soprusi. In base agli accordi, i Goti arrivati in Tracia sarebbero stati coscritti nell'esercito romano e avrebbero ottenuto la cittadinanza. Ma gli ufficiali militari che dovevano garantire loro supporto e provviste - un'antica rete di supporto ai migranti - si rivelarono corrotti e approfittarono dei mezzi stanziati per i nuovi arrivati, vendendo le provvigioni al mercato nero. Ridotti alla fame, i Goti furono costretti a vendere i figli come schiavi e a comprare carne di cane dai romani.

L'epilogo e la memoria (corta). Le ostilità tra le due popolazioni crebbero. Il risentimento covato dai Goti li portò dal desiderare di divenire romani al desiderio di annientare i romani. Fu con questa rabbia covata a lungo che sterminarono gli eserciti di Valente. E la battaglia fu l’inizio della valanga che travolse l’Occidente. Tanto che molti storici assumono il 9 agosto 378 come data spartiacque tra l’antichità e il Medioevo.

Nella gestione dei flussi migratori, oggi, ci si prospettano due strade: quella dell'inclusione, e quella del rifiuto e del respingimento. Se è vero che la storia è magistra vitae, abbiamo già visto una volta dove porta la seconda via.

martedì 23 maggio 2017

A 25 anni dalla scomparsa di Giovanni Falcone


29 anni fa moriva Giorgio Almirante: innovatore, maestro di stile e democrazia



da secoloditalia.it

Ventinove anni fa l’Italia e il mondo della Destra storica e di opposizione di governo davano l’addio a Giorgio Almirante, (scomparso a sole 24ore di distanza da Pino Romualdi) un leader d’alto rango che, per ricordarlo attraverso le parole di Marcello Veneziani, saggista e scrittore che, tra i tanti esponenti politici e culturali che ne hanno omaggiato la memoria e ripercorso le tappe politico-sociali nella Mostra voluta e organizzata nei mesi scorsi dalla Fondazione An dedicata alla storia del Movimento Sociale, di lui ha detto: «Parlava, e nelle sue parole avvertivi una storia, una sensibilità, una cultura. Era il Noi che rappresentava una continuità, non un Io che parlava di sé. Il suo era un dialogo con la coscienza e per questo colpiva chiunque lo ascoltasse. Ha portato l’italianità nella politica, restituito dignità al Tricolore, alla bandiera, recuperato il senso della Patria».

Giorgio Almirante, la grande lezione dell’uomo e del politico

Un uomo che ha incarnato la tenacia e l’onestà intellettuale applicate a una politica di “vecchio stampo”, militante e ideologica, ancora lontana dagli scandali di corruzione e tangenti, compromessi e tornaconto individuali. Un politico capace di coniugare, nell’impegno quotidiano, tenacia e fermezza e indiscutibile capacità di tenere unita una comunità ancora emarginata, discriminata, vittima del terrorismo imperante dei feroci anni Settanta, quando parlare da un pulpito non violento in un momento in cui molti si incamminavano nel tunnel buio della lotta armata contro il sistema, non era facile. Anzi, era quasi impossibile. Eppure Almirante, protagonista assoluto della storia italiana e della Destra nazionale, è riuscito a dispetto di tutto e di tutto a rimanere nell’alveo di una civile competizione democratica. Non per niente, tra i tanti che a lui hanno riconosciuto doti politologiche e lungimiranza strategica, in particolare Montanelli disse che «il leader del Msi era il solo uomo politico cui potevi stringere la mano senza timore di sporcartela».

Giorgio Almirante, ricordi e lezioni di vita e di politica

E non solo: «Era un  uomo schietto, intento a  cambiare radicalmente l’impostazione culturale delle istituzioni che amava profondamente» ha ribadito una volta di più la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, che in un suo personale ricordo dedicato ad Almirante ha anche detto: «Se oggi si può parlare di pacificazione, si può chiudere una pagina della storia nazionale e aprirne una nuova, lo si deve anche al suo contributo politico e morale. Gli piaceva dire “noi possiamo guardarti negli occhi” e l’Italia, soprattutto in questo momento ha un disperato bisogno di persone che possano dire al popolo: “Possiamo guardarti negli occhi». E se  Altero Matteoli esponente di Forza Italia ha a più riprese sostenuto come, «di fronte alla politica attuale ricordare la figura di Almirante mette i brividi. Lui, Berlinguer… sembra di parlare di secoli fa. Erano gli anni del grande scontro di idee, dei confronti sanguigni ma corretti, oggi è tutta una marmellata indistinta», Ignazio La Russa (FdI) lo ha spesso ricordato in questo episodio che molto racconta dell’uomo e del politico: «Ricordo perfettamente un giorno di autunno, pioveva a dirotto, in cui Almirante piombò in sezione: ci avvertirono poco prima, davanti a due-trecento ragazzi iniziò a parlare, parlare, parlare non curante della pioggia battente.  Sapeva bene che l’esempio vale molto più delle parole, così iniziò il invitandoci a “inventare”  un nuovo linguaggio, a svecchiare le vecchie liturgie,  poi si interruppe e disse, “che fate con questi ombrelli, toglieteli”.  Parlò ininterrottamente per cinquanta minuti sotto l’acqua»…

Un esempio ancora oggi insuperato

Anche per questo, allora, in anni in cui la politica sembra aver smarrito progettualità ambiziosa e profondità di pensiero, riveduta e corretta dalla banalità imperante dei talk show divenuti malgrado tutti – addetti ai lavori compresi – la terza Camera dello Stato in cui chiacchiericcio e insulti hanno la meglio; in un momento storico in cui il pensiero di un’Europa che non c’è e di una comunità continentale unita non solo geo-monetariamente ma politicamente è una chimera che svilisce all’ordine del giorno valore e senso della Nazione. In cui gli italiani perdono ad ogni settimana che passa un pezzo di orgoglio e di dignità, autorevolezza e incisività, la lezione di Almirante impartita con passione e sacrificio, si fa più vivida, vibrante e necessaria che mai. I suoi discorsi. Il suo stile. La sua pacatezza e passionalità dialettica, la sua educazione, eleganza e gentilezza, la sua impareggiabile ironia e uno stile da uomo di Stato d’altri tempi (politici) ancora ineguagliabile, svettano in un presente immiserito da una politica politicante intrisa di demagogia e autoreferenzialità.

Un innovatore puro, maestro di democrazia e pacificazione

Un innovatore puro che, come ha detto a più riprese e in diverse occasioni commemorative Maurizio Gasparri proponendo del leader della Destra una diversa lettura, in uno dei suoi appassionati ricordi di Giorgio Almirante rivolto «a quanti lo hanno troppo sbrigativamente giudicato un nostalgico» ha ricordato come, quanto e perché il numero del Msi «fu maestro di democrazia e di pacificazione» che «con il presidenzialismo voleva un coinvolgimento più ampio dei cittadini nelle scelte fondamentali della vita dello Stato e della democrazia governante». E ancora: «Almirante invitò costantemente alla pacificazione tra gli italiani. E lo fece durante gli anni di piombo, in un tempo ancora non sufficientemente lontano dagli odi e dai rancori della guerra civile. Lo voglio ricordare oggi che di pacificazione si torna a parlare in altri contesti, di grande polemica e di scontro politico, ma certamente diversi dai tempi cruenti degli anni di piombo durante i quali parlare della pacificazione era un atto di grande coraggio». 

«Non rinnegare né restaurare» nell’indicazione del futuro

E allora, in conclusione, ci piace rievocarne personalità politica e particolarità personali anche con le parole di Franco Mugnai, presidente della Fondazione An, che ormai qualche tempo fa, in occasione di un convegno tenutosi nella sala della Regina, a Montecitorio, per la chiusura del centenario della nascita di Giorgio Almirante promosso dalla Fondazione che porta il suo nome, richiamando una frase che lo rese famoso, ha detto: «Non rinnegare né restaurare. Era il suo pensiero, il filo conduttore della sua azione, la filosofia politica di una vita intera, il monito rivolto ai giovani. Ai quali Almirante amava indicare il futuro. Un Futuro da costruire con passione e sacrificio, senza mai recidere le proprie radici. Una lezione per tutti. Un esempio di democrazia. Uno stile di vita».

sabato 20 maggio 2017

Le immagini, i filmati e i racconti: omaggio dei compagni d'avventura


da il giornale.it

Trieste. «La sveglia è chiamata poco dopo le 5. (...) Fa freddo, l'erba è umida e c'è una nebbiolina brinosa tutto attorno. Riteniamo opportuno iniziare la giornata con un sorso di whisky, che fa l'effetto di una fiammata in gola» scrive Almerigo Grilz il 18 maggio 1987 sul suo diario di guerra dell'ultimo reportage in Mozambico


«In pochi minuti la colonna è in piedi. I soldati, intirizziti nei loro stracci sbrindellati raccolgono in fretta armi e fardelli. (...) Il vocione del generale Elias (...) li incita a muoversi: Avanza primera compagnia! Vamos in bora!. In no time siamo in marcia». Per Almerigo sarà l'ultimo giorno di appunti. All'alba del 19 maggio, il proiettile di un cecchino gli trapasserà la nuca mentre filma la scomposta ritirata dei guerriglieri della Renamo respinti dai governativi nell'attacco alla città di Caia. Grilz è il primo giornalista italiano caduto in guerra dopo la fine del secondo conflitto mondiale.
Trent'anni dopo Gian Micalessin e chi vi scrive, i suoi compagni di avventura nei reportage, gli dedicano a Trieste, la città dove è nato, la mostra fotografica Gli occhi delle guerra - da Almerigo Grilz alla battaglia di Mosul. Un'esposizione unica in Italia con 90 pannelli su 35 anni di reportage dall'invasione israeliana del Libano nel 1982 fino al caos della Libia, la terribile guerra in Siria e la sanguinosa battaglia contro il Califfo in Irak. La mostra e il catalogo contengono anche le foto scattate da Almerigo nel corso della sua breve, ma intensa attività in Afghanistan, Etiopia, Filippine Mozambico, Iran, Cambogia e Birmania. L'esposizione, che si inaugura oggi alle 18.30 con l'assessore alla Cultura di Trieste, Giorgio Rossi, al civico museo di guerra per la pace Diego de Henriquez rimarrà aperta fino al 3 luglio.

Della mostra fa parte una selezione delle pagine più significative delle agende (Guarda la gallery con le immagini) che Almerigo Grilz utilizzava per annotare con precisione ogni momento dei suoi reportage corredando il tutto con disegni e mappe dettagliate. La futura vocazione e la passione del giornalista emerge pure dalle pagine dei Diari del giovane Grilz con un Almerigo adolescente che disegnava scene di battaglie storiche e descriveva gli avvenimenti della sua Trieste. Il pubblico potrà sfogliare anche le bozze del fumetto Almerigo Grilz - avventura di una vita al fronte (Ferrogallico editore), dalla passione politica al giornalismo, che verrà pubblicato in settembre.

Un percorso nella memoria di un giornalista scomodo e volutamente poco ricordato per il suo attivismo a destra, nel Fronte della gioventù, negli anni Settanta, che non a caso Toni Capuozzo ha definito l'«inviato ignoto». Oggi alle 19.30 Almerigo verrà ricordato a Trieste anche in via Paduina davanti a quella che è stata la sede nel Fronte, l'organizzazione giovanile del Movimento sociale italiano.

Al museo de Henriquez accanto alle foto scorrono i filmati realizzati da Almerigo con la cinepresa Super 8. E l'invito in studio nel 1986 di Ambrogio Fogar nel programma Jonathan dimensione avventura dove Grilz con Egisto Corradi, storica colonna del Giornale e Maurizio Chierici del Corriere della Sera parlano del mestiere di inviato di guerra e dei suoi pericoli.
I video comprendono anche i reportage di oggi sui Paesi senza pace come Afghanistan, Siria, Libia, Irak realizzati grazie al progetto del giornale.it, Gli Occhi della guerra e al sostegno dei nostri lettori. E non manca il documentario L'Albero di Almerigo (guarda il video) che racconta la ricerca e il ritrovamento in Mozambico dell'antico albero ai piedi del quale riposa Almerigo Grilz.
La mostra nel trentennale della sua scomparsa vuole essere anche un tributo ai reportage in prima linea, in un periodo di media in crisi e un omaggio non solo a Grilz, ma a tutti i giornalisti che hanno perso la vita sul fronte dell'informazione per raccontare le tragedie dei conflitti.

Nel 1986 in Mozambico, un anno prima di morire, Almerigo annotava sul suo diario: «Mi sporgo fuori per filmarli: non è facile, occorre stare appiattiti a terra perché le pallottole fischiano dappertutto. Alzare troppo la testa può essere fatale».

mercoledì 17 maggio 2017

Drieu testimone europeo della lotta contro i colossi Usa e Urss


da barbadillo.it

Sandro Marano è un intellettuale che divide sin da giovanissimo la propria vita fra i codici, la letteratura per nutrire l’anima, l’ecologia vissuta come rispetto sacrale della natura.
La sua visione del mondo, la sua educazione spirituale e di impegno nella vita quotidiana gli è derivata da autori che ha studiato a fondo e il suo esercizio intellettuale continuo, quasi una disciplina, lo ha spinto negli anni a studiare e approfondire, fra gli altri, lo scrittore francese Pierre Drieu La Rochelle, traendone elementi di particolare suggestione per una radicale critica al mondo moderno.

Non solo: lo studio di Drieu lo ha spinto a rintracciare, fra le righe delle sue opere, nuove piste interpretative, come quelle che riportano all’ecologia e alla difesa della natura in Europa, oltre alla chiara e nota critica del mondo moderno e della società delle macchine. Frutto di questo impegno, un libretto prezioso, vera guida alle opere di Drieu e itineraio letterario e politico: Pierre Drieu La Rochelle pellegrino del sogno (Pellegrini ed., pagg. 102, euro12,00). Il titolo è tratto da una frase di Jaime, protagonista del romanzo L’Uomo a cavallo di Drieu. Marano analizza l’impegno culturale dello scrittore francese espresso con romanzi, novelle, saggi e conferenze, oltre che con la direzione della prestigiosa rivista La Nouvelle revue française. Drieu tendeva a spostare l’attenzione dei francesi, degli europei, sulla necessità di confederare l’Europa, di rintracciare un filo comune che desse al continente unità politica e spirituale e che, dal punto di vista geopolitico, la contrapponesse ai colossi Usa e Urss. Una visione che interpretava destra e sinistra come opzioni ormai sorpassate, ottocentesche, e che richiamava l’attenzione sull’antica Europa i cui popoli, di comune origine, avrebbero dovuto rinsaldarsi per rigettare il nazionalismo ormai superato e portatore – specie nella prima guerra mondiale – di carneficine e stragi di grande portata.

Per lo scrittore francese la politica era lo snodo essenziale per la rinascita degli europei, come anche una visione ecologista. Non mancano le analisi di Marano alla concezione di Drieu dell’Europa carnale, dei popoli. Proprio questo tema Drieu La Rochelle ha affrontato in un libro che tratta della genealogia della decadenza, ristampato recentemente (Appunti per comprendere il secolo, All’Insegna del Veltro ed., pagg. 157, euro 18,00; con studio introduttivo di Attilio Cucchi, fotografie di Cristina Gregolin).

L’analisi di Drieu parte dal Medioevo, considerato epoca d’oro per l’uomo, dove convivevano in maniera equilibrata anima e corpo. La grandezza della civiltà era percepita nelle “cattedrali di luce”, negli Stati e nelle iniziative dei popoli europei, nella cultura dei chiostri e nella fede in un Dio cristiano e pagano al tempo stesso. Nel cuore di Drieu viveva il desiderio della rinascita europea: “Non sono un uomo del passato, sono un uomo della vita” affermava e, nell’analizzare la storia d’Europa e la sua lenta decadenza, si riferiva all’Europa carolingia, che a sua volta si richiamava all’Impero romano e teneva in sé il seme franco, quello germanico oltre che quello latino. La perdita dell’equilibrio cominciò con il Rinascimento e proseguì con la rottura del rapporto fra città e campagna per proseguire con lo sfilacciamento del legame sociale a causa del progresso che si basa sul denaro e su una visione economicista dei rapporti e la predominanza della macchina sull’uomo. Drieu, uomo del futuro, si richiamava alla visione ciclica della storia, ai ritmi della natura, all’uomo, alla sua vigoria e al suo sangue che sposano la vita. Nella speranza di un ritorno alla grandezza europea, nell’attesa che il mito dell’Europa sbocciasse ancora, in un nuovo ordine, Drieu La Rochelle aderì al fascismo, terza via contro americanismo e bolscevismo, terza via per l’Europa. Il crollo di quella che era una speranza, lo spinse a suicidarsi. Era il 15 marzo del 1945.

martedì 16 maggio 2017

La storia. Trent’anni di Fare Verde e le intuizioni di Paolo Colli



da barbadillo.it 
(Sandro Marano)
 
Nel 1990, dopo quattro anni di esperienza in Legambiente e nelle Liste verdi, cercavo un’associazione ambientalista che meglio rispecchiasse la mia visione del mondo organica e spiritualista. M’imbattei per caso in un lucido preciso pregnante articolo apparso sul Secolo d’Italia del 5 novembre 1990 nel quale si annunciava che Fare Verde (associazione ambientalista che era nata ufficialmente il 17 febbraio 1987 e aveva sede in Roma a via Sommacampagna, 29) aveva lanciato una petizione rivolta al Parlamento per introdurre il vuoto a rendere con cauzione per liquidi alimentari e vietare gli imballaggi in materiale non biodegradabile. 
Era la via maestra, tuttora disattesa dal legislatore, per risolvere il problema dei contenitori e degli imballaggi che costituiscono ben il 40% dei rifiuti solidi urbani. Presi contatto con Paolo Colli, che ne era il presidente, avviando anche a Bari la raccolta di firme con vari banchetti e fondai nel 1991 il gruppo barese di Fare Verde. Ripensavo a tutto questo leggendo nel libro di Adalberto Baldoni “Destra senza veli” (edizioni Fergen) il conciso e compendioso paragrafo dedicato a Fare Verde (pp. 398-402). 
Quest’anno ricorrono ben trent’anni dalla nascita di Fare Verde e non si contano le iniziative, le manifestazioni, i convegni, le proposte di legge (tra cui quella diventata legge sulla messa al bando dei cotton fioc non biodegradabili), di cui l’associazione è stata protagonista. E tutto questo è stato reso possibile dalla straordinaria intuizione che ebbe nel 1986 Paolo Colli e dalla comunità umana che egli seppe mettere assieme per vivere l’ambiente.

martedì 9 maggio 2017

Rossa, Mishima, Ramelli: il fumetto svolta a destra


 da ilgiornale.it
Se la penna è l'arma dei vincitori, la matita può diventare quella dei vinti dalla censura dell'egemonia culturale.

Uscire da un ghetto che, il più delle volte, sta nella testa. Non allinearsi e trovare uno spazio che sia all'altezza del mainstream ma che, per questo, non si corrompa ai suoi dettami, in un'azione di rigenerazione culturale. Ecco la vera sfida che parte del mondo del fumetto italiano vuole vincere proprio in questi mesi. Fascinazioni che già incantarono la destra, con Pratt e Bonelli, con le immagini di Frazetta, Battaglia, Oneto o con le evocazioni fantasy dei fratelli Hildebrandt.
Premesse che all'apparenza riportano ad un mondo confinato in quattro mura, tra disegni frettolosi
e rilegature che neanche il ricettario di Wilma De Angelis meriterebbe.

Eppure i ragazzi sono usciti dalla sezione per riscoprire la tradizione. E la loro voce arriva in libreria a parlare di coraggio, filo conduttore di un universo identitario, in cui il passato è una malinconica visione del presente. Il coraggio degli antieroi, rispetto alla prospettiva moderna, che esplorano i confini del sacrificio. Come Guido Rossa.

«Ho realizzato il fumetto su Rossa perché abbiamo un debito con chi è morto per permetterci di vivere liberi. Per la prima volta le Br uccidono un operaio, un comunista, gettando la maschera; da lì, la definitiva presa di posizione contro la violenza brigatista, che fino a quel punto non c'era mai stata. Rossa fu lasciato solo e visto, inizialmente, come un traditore». Così rinasce la storia di Guido Rossa - l'operaio che le Br uccisero nel 1978 perché non ebbe paura di denunciare la loro infiltrazione tra i lavoratori dell'Italsider di Genova - tramite le parole e i disegni di Nazareno Giusti, un poliziotto di 28 anni, prestato all'arte del disegno. Guido Rossa. Un operaio contro le Br (Round Robin Editrice, pagg. 154, euro 15). Un'opera emozionale, dall'atmosfera gotica, integrata da contributi scritti che approfondiscono i retroscena del delitto e il clima di esasperazione di quegli anni.
Una vicenda «contro», già ripresa da Giuseppe Ferrara nel 2005 con un film, che incontrò notevoli problemi di distribuzione, Guido che sfidò le Brigate Rosse, con Massimo Ghini e Gianmarco Tognazzi.

Ma i figli dell'indifferenza di massa, perché alfieri della parte sbagliata, sono il centro della produzione artistica anche di Ferrogallico, la prima produttrice italiana di fumetti d'autore non conformi. La casa editrice, piccola e già grande, impegnata, nei giorni scorsi, nella presentazione del nuovo fumetto su Sergio Ramelli - giovanissimo militante del Fronte della gioventù ucciso nel 1975 da un commando di Avanguardia operaia -, si avvale di partnership importanti, come quella di Mondadori e Panini. «L'idea è quella di equilibrare l'opera di insopportabile alterazione che il pensiero politicamente corretto opera su alcuni grandi riferimenti culturali», parola di Federico Goglio, responsabile comunicazione di Ferrogallico. Proprio alla vita di uno dei grandi, Kimitake Hiraoka, per tutti Yukio Mishima, scrittore, patriota, romanziere, al disperato amore del guerriero, Ferrogallico sta dedicando un fumetto: «Siamo al lavoro. Sarà la prima graphic novel al mondo dedicata allo scrittore e marzialista giapponese, incentrata sull'ultima notte di vita di Mishima.
Una sceneggiatura dalle atmosfere oniriche, continuamente oscillante tra il presente narrato, la vita passata di Mishima, l'immedesimazione con i protagonisti dei suoi celebri romanzi.

Con questo fumetto, cercheremo di dare vita ad un'operazione di ampio respiro culturale, con l'obiettivo di tradurre l'opera in più lingue, fino ad arrivare a distribuirla in Giappone». In cantiere per Ferrogallico, inoltre, una biografia di Ezra Pound e un fumetto sulla storia di Norma Cossetto, in 48 tavole, a cura di Emanuele Merlino. E allora che si crei il cortocircuito: per andare contro bisogna stare con la testa tra le nuvolette.
 

mercoledì 3 maggio 2017

Il drone da 400 mila euro della nave Ong. Così il sistema privato dei soccorsi umanitari aiuta gli scafisti a far sbarcare i migranti. Tutte le accuse


da notizie.tiscali.it

Era stato molto chiaro il 22 marzo scorso il procuratore di Catania, nella sua prima audizione in Parlamento: «A partire da settembre scorso si segnala l'improvviso proliferare delle ONG che hanno svolto il lavoro dei trafficanti di accompagnare i barconi di immigranti fino al nostro territorio».
E i rapporti degli organismi di investigazione, di polizia, militari europei hanno segnalato in tempo i sospetti dei traffici tra Ong e organizzatori dei viaggi dei migranti, con la probabile riconsegna degli scafi e dei motori da riutilizzare per nuovi viaggi.

Nei dossier e nelle relazioni istituzionali, le navi delle ONG sono diventate un porto d'attracco italiano al limite se non dentro le acque territoriali libiche.
Ci sono i registri delle operazioni di salvataggio che documentano che quasi cinquecento su mille e cinquecento sono stati gli interventi di soccorso delle ONG. 
Con il risultato di poco meno di 45.000 migranti sono stati salvati. Ma quattro di questi interventi - circa mille migranti - sono avvenuti dentro le acque territoriali libiche, anche ad appena sette miglia dalla costa.

Il sospetto di rapporti opachi tra il mondo delle ONG e i trafficanti, confermato dalla conversazione captata tra un equipaggio di nave ONG e trafficanti, e dalle foto scattate da un pattugliatore Eunavformed in cui si vede un gommone di migranti con natante dei trafficanti in attesa dell'arrivo della nave delle ONG, trova ulteriori riscontri nei quattro episodi di salvataggi nelle acque territoriali libiche.

Negli atti giudiziari delle procure siciliane emergono telefonate di soccorso partite dai natanti direttamente su utenze collegate alle navi Ong.
E poi l'imbarazzo se non il disappunto degli uomini Frontex e delle altre organizzazioni internazionali che operano negli Hub dove avvengono le prime procedure di identificazione e di inoltro di richieste di asilo politico, quando avvertono la reticenza nei comandanti delle navi Ong. Poco collaborativi nello spiegare le modalità del recupero dei natanti: salvati i migranti, i gommoni con i motori tornano ai trafficanti.

Nella sua audizione, il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, si domanda del perché del proliferare così intenso di queste unità navali. E di quale ritorno economico, non foss'altro che per pagare i costi delle missioni si realizza? 

Il procuratore Zuccaro ricorda che su 134 navi gestite dalle organizzazioni non governative - a fronte delle tre che operavano nel 2015 - sei sono gestite da cinque Ong tedesche. E che i costi di gestione sono molto elevati. Per esempio, «la nave “Aquarius” - precisa Zuccaro - di SOS Méditerranée spende 11.000 euro al giorno mentre il peschereccio Jugend 40.000 al mese». C'è anche un drone a disposizione di una Ong che l'ha noleggiato per 400.000 euro.

Insomma, la sensazione è che il «sistema» Ong si sia sostituito a Mare Nostrum e Mare Sicuro, i dispositivi della marina militare italiana, della Guardia costiera e della Finanza impegnati nelle acque internazionali confinanti con quelle territoriali libiche al salvataggio dei natanti.

Solo che ora il sospetto è che l'incremento degli sbarchi sia provocato dalla massiccia presenza di assetti navali delle Ong che pattugliano il Mediterraneo spesso dentro le acque territoriali libiche.

martedì 2 maggio 2017

1° maggio a Trieste, stelle rosse in piazza: l’oltraggio alle vittime delle Foibe


da secoloditalia.it

Bandiere con la stella rossa, il simbolo del comunismo, delle Br ma anche dei massacratori comunisti di Tito che fecero strage di tanti italiane nelle Foibe, al confine con la Jugoslavia, alla fine della Seconda Guerra Mondiale: in piazza, a Trieste, il Primo maggio, s’è visto anche questo, insieme a nostalgici della Falce e Martello, anarchici e centri sociali. Un oltraggio alla memoria di tutti gli infoibati, degli esuli giuliani e dalmati e di chiunque abbia vissuto quella tragedia nascosta per anni dalla storiografa ufficiale.

Con la stella rossa una provocazione sulle Foibe

«L’esposizione di questi simboli non piace alla stragrande maggioranza dei cittadini, che ricordano in Tito alla tragedia della Foibe e all’esodo giuliano-dalmata…». Con queste parole i consiglieri di maggioranza al Comune di Trieste, Claudio Giacomelli (Fratelli d’Italia), Paolo Polidori (Lega), Vincenzo Rescigno (Lista Dipiazza) e Piero Camber (Forza Italia) avevano cercato di impedire quello che, purtroppo, è accaduto anche quest’anno: l’oltraggio alla memoria della tante vittime delle Foibe, massacrate dai comunisti di Tito durante la “liberazione” della città da parte delle forze jugoslave al termine della Seconda Guerra Mondiale. I sindacati hanno avallato quella sfilata con “stelle” a cinque punte, utilizzata dal 1917 come un simbolo del comunismo e che nell’ideologia rossa rappresenta allo stesso tempo le cinque dita della mano del lavoratore e i cinque continenti, in relazione con l’internazionalismo marxista. Ma dalle parti di Trieste quella stella significa soprattutto il maresciallo Tito…

Il centrodestra aveva provato ad evitare la sfilata rossa

In piazza, il Primo maggio, c’eranole bandiere jugoslave e della Brigata Garibaldi, i vessili anarchici e di tutte le sigle comuniste, ma in tantissimi avevano anche le stelle rosse di carta portate al collo, mentre uno spezzone del corteo procedeva sotto le bandiere della resistenza curda contro l’Isis, a loro volta con stelle rosse. Nella mozione del centrodestra era tutto previsto: «Negli ultimi anni a Trieste, durante le manifestazioni in occasione del Primo maggio, Festa del Lavoro, tra cui il corteo curato dalle organizzazioni sindacali che si conclude in piazza Unità d’Italia, sono comparsi vessilli e bandiere celebranti la figura del maresciallo Tito, bandiere della Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia e altre ostentazioni di stelle rosse, anche sul tricolore italiano». Da lì l’appello alla sensibilità collettiva, del tutto ignorata dai manifestanti.

«Una provocazione per inneggiare al massacratore Tito»

«La voglia di esporre la stella rossa in piazza Unità a Trieste proprio il Primo maggio è la consueta provocazione di chi inneggia al dittatore Tito e vuole manifestare sentimenti anti italiani», ha commentato Sandra Savino, parlamentare e coordinatrice di Forza Italia in Friuli Venezia Giulia. «Evidentemente – prosegue Savino – c’è la volontà di ricordare con affetto un dittatore che ha ucciso 11 mila italiani, un criminale che qualcuno considera un eroe. I titini hanno “liberato” Trieste con il solo scopo di occuparla e chi sostiene il contrario è semplicemente un bugiardo». «Purtroppo – conclude la parlamentare – esistono ancora personaggi che vogliono ricordare questi eccidi senza nessun rispetto e nessuna dignità. Il prossimo anno questo indegno spettacolo si riproporrà fino a quando lo Stato italiano non avrà il coraggio di vietare questa violenza alle vittime delle stragi tutine».

A Sergio Ramelli, Patriota.


venerdì 28 aprile 2017

Meloni a «La Verità»: «Voglio vincere per non consegnare l’Italia alla follia grillina o alla restaurazione renziana»



da giorgiameloni.it

L’intervista di Luca Telese.


«La Francia non è l’Italia. Io sono italiana, cerco risposte per l’Italia. Però la Francia è un grande Paese europeo, ci ha dato una indicazione importante: ha dimostrato che i partiti tradizionali non esistono più, che l’asse destra sinistra non risponde ai problemi della realtà, che gli elettori francesi dicono No alle politiche di restaurazione: questa per noi è una indicazione importante, utile per vincere le elezioni a casa nostra». A tratti, quando parla del voto per l’Eliseo, Giorgia Meloni sbuffa. In questi giorni si è impegnata in un sorprendente lavoro di mediazione tra Berlusconi e Salvini (e oggi spiega perché). Non gli piacciono gli esterofili, dice, detesta i «macroniani della domenica sera». Spiega che su quel dato elettorale si è fatta «propaganda», aggiunge perché secondo lei la partita italiana per il centrodestra «è aperta».

Onorevole Meloni, borse e mercati festeggiano il risultato del primo turno in Francia. «Ah sì?». Dicono che se sono stati fermati i populisti a Parigi saranno fermati anche a Roma. Sorriso. «Io non mi definisco populista, semmai sono sovranista, e con orgoglio. Ma se populista è un modo per associarci alla Le Pen ed esorcizzarci, non mi sottraggo».
Cosa si può dire a mente fredda dopo le prime analisi fatte a caldo? «Un fatto è innegabile: i francesi hanno distrutto i partiti tradizionali. Non era mai successo che fosse contemporaneamente fuori dal ballottaggio sia gollisti che socialisti».
Cosa significa? «Una cosa che ripeto da tempo anche in Italia. Le vecchie geografie politiche non esistono più». Cioè? «Io sono una persona con una storia di destra convinta che le categorie destra e sinistra siano inadeguate a rappresentare questo tempo: oggi, a maggior ragione, la partita è alto contro basso, grande contro piccolo, globalizzazione contro nazioni, centro contro periferie, mercati finanziari contro mercati rionali».

Renzi ha tirato un sospiro di sollievo, dopo questo voto, però. «Davvero? Qualcuno dovrebbe spiegargli che lui non è il Macron italiano, come vorrebbe far credere. Semmai Renzi è l’Hollande italiano, il potere costituito che la gente non vuole». Perfida. «No, semmai analitica». Ma Hollande non si è nemmeno ricandidato! «Vero. E dopo il referendum Renzi avrebbe fatto bene a seguire l’esempio. Con i suoi insuccessi Hollande ha portato il Partito Socialista al 6%».

Questo che significa? «Il Pd è oggi in una crisi di strategia e di consensi simile. Sul nuovo asse politico che ho descritto sta sempre dalla parte dei più forti». Esempio? «La sinistra radical chic ha scoperto il problema degli sbarchi solo il giorno in cui sono stati assegnati 20 profughi a Capalbio». Addirittura. «È storia. Fino all’estate scorsa eravamo solo noi brutti, razzisti e cattivi a sollevare il problema: poi quando gli immigrati se li sono ritrovati davanti alle loro case di lusso a Capalbio, il sindaco de Pd ha levato gli scudi dicendo che accogliere gli stranieri svalutava le case e rendeva il clima invivibile. Ma dai! Pensi a Tor Sapienza lo sapevano da anni, che li di centri per l’accoglienza ce ne sono 12 e del problema della svalutazione delle case non frega a nessuno».

Si è appassionata al confronto delle primarie? «Ho adorato Emiliano quando Renzi gli ha detto: “Prometti che se vinco non mi farai opposizione?”. E lui: “No”, secco. Renzi ci è rimasto di sasso. Ma è letteratura per addetti ai lavori. Il confronto era di una noia mortale». Secondo lei chi ha vinto il confronto? «La pubblicità». Perché lei dice che in Francia si è votato contro la restaurazione? «Perché i cosiddetti populisti Le Pen, Mélenchon e Dupont-Aignan, che ha preso poco meno del 5% con un partito sovranista di desta anti-euro, insieme hanno il 51%. Non solo…». Cosa? «Molto dei voti di Fillon, un altro 20%, sono stati conquistati con una campagna tutta a destra, fondata su parole come ordine e sovranità. Dove andranno ora?».

Non le piace Macron? «Ha un tratto in comune con alcuni dirigenti della sinistra italiana: è un socialista che cerca di far dimenticare di esserlo stato. Con l’aggravante di non essere solo un fiancheggiatore dei banchieri, ma direttamente un banchiere». Riuscirà a cambiare pelle? «Ha basato la sua campagna sullo slogan “bisogna ricostruire l’Europa”. Quando lo dicevo io mi davano della sfascista».

Quindi avete la stessa idea? «No. Perché luì lo dice strumentalmente, per prendere voti da chi è stanco dell’Europa e portarli al servizio degli usurai a capo dell’Unione. Del resto mentre l’Europa veniva asservita a questi signori lui non era nelle piazze ma al governo come Hollande. Il modello italiano più vicino a lui è Monti: sarà un bel ballottaggio».

Perché? «Ho visto la La Pen davanti alla fabbrica in crisi dire ai lavoratori che se dovesse vincere salverebbe quella fabbrica, applaudita. E invece Macron spiegare loro che il mercato produce questi effetti inevitabili, fischiato». Vede che è populista? «Certo. Se la partita è, come è, tra restaurazione e rivoluzione, contro la dittatura di finanza e speculazione, non ho dubbi da che parte stare». Quale? «Quella del mio interesse nazionale». Però al secondo turno in Francia si coalizzano tutti contro la Le Pen. È l’ultima eredità del passato: la «disciplina repubblicana». «Ho notato che Mélenchon, candidato della sinistra radicale, con intelligenza non ha dato indicazioni di voto. Ovvio: ha passato tutta la campagna a dire, ed è vero, che Macron è il guardiano del sistema».

Dica la verità, si aspettava più voti per la Le Pen? «No, in Francia c’è ancora la “conventio ad excludendum”, che si trasforma in un tutti contro uno. Ma noto con soddisfazione che le questioni su cui noi ci battiamo da anni ormai sono entrate nel senso comune, non sono più tabù».

Perché? «I cosiddetti populisti hanno già vinto quando il dibattito politico si sposta sui loro terreno e insegue le loro ricette». Ovvero? «Prenda l’immigrazione: oggi, astutamente, Minniti fa finta di contrastarla. Il loro ultimo slogan è: “Sicurezza è una parola di sinistra”».

Si sente insidiata? Sorriso. «Macché! Ci fanno pubblicità. Ogni volta che lo ripetono ci danno ragione retroattivamente. E poi se fanno tutto questo parlare e poi nel decreto sicurezza invece di affrontare il problema dei furti e delle rapine mettono il daspo ai writers…». Populismo, secondo i suoi detrattori, è usare la demagogia per catturare consensi. «Dostoevskij, diceva che “populista è colui che ascolta”. Per la condizione nella quale opera, la Le Pen ha fatto un miracolo. Quando finalmente potremo andare a votare noi, faremo la nostra parte».
Il governo Gentiloni rafforza Renzi? «A me pare che Gentiloni abbia rafforzato Gentiloni, e quindi abbia indebolito la leadership del Pd». Questo governo le piace più o meno del precedente? «Dal punto di vista logico, dopo il referendum, siamo passati da governi non scelti dagli elettori, a governi costituiti contro di loro. Una nuova magia del centrosinistra». Ma è più o meno popolare di quello di Renzi? «Più impopolare di quello Renzi è impossibile: però siamo ad un altro miracolo politologico».

Quale? «Un governo nato con l’unico scopo ufficiale della legge elettorale che si occupa di tutto tranne che di legge elettorale». Però gestisce le emergenze. «Ah, per fortuna. Così vedremo cosa si inventano su Alitalia. L’ha visto il video di Renzi del 2015 che sta scalando YouTube? “Vorrei chiedervi di allacciarvi le cinture! Perché qui stiamo decollando davvero: il decollo di Alitalia è il decollo dell’Italia!”». Non maramaldeggi, adesso. «Al contrario. Sono angosciata per questa crisi, proprio perché penso, all’esatto opposto di Renzi, che la crisi di Alitalia sia anche la crisi dell’Italia. Perdiamo posti di lavoro, capacità industriale, sovranità. Servono risposte, non slogan».

Ma davvero adesso lei sta mediando tra Berlusconi e Salvini? «Certo, sì. Vede, sono molto diversa da come mi raccontano. È che ho un solo obiettivo. Non far vincere le elezioni all’establishment del Pd o ai pasticcioni del M5S». Addirittura? «Ma lei ha capito con chi stanno in Francia i grillini? Ho letto dichiarazioni acrobatiche».

È così importante? «Beh, sì: visto che loro sono proeuro ma anche contro l’euro, contro le Ong ma a favore dell’immigrazione incontrollata, in abito da sera, contro il liberismo ma anche dentro l’Alde, il gruppo dei liberisti. Che però li caccia. Fantastico. La posizione sulla Francia è la cartina di tornasole di questo caos». Lei è preoccupata perché ha visto la virata a destra di Grillo, l’intervista ad Avvenire, il dialogo con il mondo cattolico conservatore… «Peccato che alla Camera fossero impegnati a presentare l’unico emendamento che chiedeva l’eutanasia nella discussione sul testamento biologico».

Anche loro sono oltre la divisione destra-sinistra. «No, loro sono gente di sinistra che si nasconde per prendere voti a destra. Sono l’assenza di visione e l’esaltazione della politica fatta solo per il consenso. E questo produce una sostanziale incapacità di governare, come abbiamo visto a Roma. Io sto ancora aspettando la funivia». Vi rubano voti a destra? «Alla lunga no, la gente non è stupida. A patto che, ed è il motivo per cui mi impegno a mediare, noi restiamo uniti». Ma c’è un punto di equilibrio? «Io credo di si. Abbiamo i contenuti, le forze, i voti, le identità: Berlusconi è anche quello che ha sfidato la Merkel e Sarkozy. È più populista che popolarista. A destra oggi manca solo un portabandiera». Che sarà anche il leader? «Siamo, e restiamo, tutti leader. Un portabandiera scelto con le primarie è la figura che guiderà la campagna elettorale alla vittoria. Siamo più forti, abbiamo cultura di governo, non possiamo consegnare l’Italia alla follia grillina o alla restaurazione renziana».

giovedì 27 aprile 2017

13 maggio Concerto


"Da Settant'anni sotto coperta"
Sabato 13 maggio • ore 21:30
Festeggiamo la nostra storia sulle note di:
Decima Balder, La Vecchia Sezione, Aurora
Via delle Terme di Traiano 15/a

Villa Chigi mai più abbandonata


La mattina del 25 aprile siamo stati a Villa Chigi, un parco che, dopo la riqualificazione del 2005 ,è stato abbandonato a sè stesso.
Armati di pale, rastrelli e sacchi per la spazzatura, tra erba alta, panchine divelte e cestini strabordanti, abbiamo cercato di ridare dignità alla storica battaglia di Paolo di Nella, ucciso perché sognava di vedere questa villa come posto di aggregazione per il quartiere.
Abbiamo lanciato il nostro messaggio, con la speranza che il Comune ed i Municipi si sveglino per iniziare un progetto di riqualificazione di tutti i parchi di Roma che versano in stato di abbandono. Ne vale il nostro futuro e soprattutto quello dei nostri figli.

Francia, Marine Le Pen: risultato storico, il popolo alza la testa


da ilmessaggero.it

«Mi avete portato al secondo turno delle presidenziali. Ne sono onorata con umiltà e riconoscenza. Vorrei esprimere a voi elettori patrioti la mia più profonda gratitudine. È un risultato storico, un atto di fierezza di un popolo che solleva la testa, che confida nel futuro». Così Marine Le Pen nel suo primo intervento dopo i risultati del primo turno delle presidenziali francesi, che la vedono in testa subito dopo Emmanuel Macron. Le Pen è stata accolta da una musica trionfale.

«Io vi propongo l'alternanza fondamentale che fondi un'altra politica. Questo non accadrà con l'erede di Francois Hollande e del suo quinquennato catastrofico», ha continuato Le Pen parlando ai militanti nel suo quartier generale, senza tuttavia nominare il suo avversario al secondo turno Macron.

«È un risultato storico», ha detto ancoa la candidata del Front National. Nell'esprimere gratitudine a tutti «i miei compatrioti», la Le Pen si è definita «la candidata del popolo».

«La prima tappa è conclusa», ha detto poi Le Pen, secondo la quale «è il momento di liberare il popolo francese dalle elite arroganti che vogliono dettare la sua condotta».

Il Futuro è Adesso!


ADERISCI a Gioventù Nazionale:
IL FUTURO È ADESSO!

Compila il modulo di adesione, 
allega un documento d'identità che attesti la residenza, 
e consegnalo al Portavoce Provinciale in carica, 
insieme alla quota fissa di 3 Euro.

Il tesseramento chiude il 7 Maggio.

Per qualsiasi informazione
o per essere messi in contatto con il referente territoriale
è possibile chiamare il numero >> 392 685 5138

A Stefano e Virgilio Mattei


Contro il terrorismo americano e jihadista



Contro il terrorismo americano e jihadista, 
le montature mediatica 
e le ambiguità di un Occidente ipocrita e colluso. 
A sostegno della Siria sovrana e laica.
Fino alla vittoria!

Clinton, Bush, Obama, Trump: La storia continua...



CLINTON, BUSH, OBAMA, TRUMP: LA STORIA CONTINUA...

Gioventù Nazionale  a sostegno della Siria e del suo governo legittimo.

Da una parte abbiamo chi difende il proprio popolo e la propria identità combattendo i terroristi e dall'altra ci sono gli USA che esportano la propria "democrazia" a suon di bombe contro un governo e il suo popolo in lotta contro il terrorismo jihadista aiutando così, di fatto, gli stessi terroristi.
Noi siamo con chi, come Assad, difende l'identità del proprio popolo.
GIÙ LE MANI DALLA SIRIA.

A bando le bandiere titine l'1 maggio: il Consiglio comunale vieta i simboli di Tito



da triesteprima.it

A bando le bandiere titine l'1 maggio: il Consiglio comunale vieta i simboli di TitoLa mozione urgente dei capigruppo di maggioranza è stata votata dai consiglieri di Fratelli d'Italia, Lista Dipiazza, Forza Italia e Lega Nord. Astenuta l'opposizione.

A bando le bandiere titine l'1 maggio: il Consiglio comunale vieta i simboli di Tito«Negli ultimi anni a Trieste, durante le manifestazioni in occasione del Primo maggio, Festa del Lavoro, tra cui il corteo curato dalle organizzazioni sindacali che si conclude in piazza Unità d'Italia, sono comparsi vessilli e bandiere celebranti la figura del maresciallo Tito, bandiere della Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia ed altre ostentazioni di stelle rosse, anche sul tricolore italiano».

Questa la premessa della mozione urgente presentata dai capigruppo di maggioranza in Consiglio comunale Claudio Giacomelli (FdI), Paolo Polidori (Ln), Vincenzo Rescigno (Ld) e Piero Camber (FI): «Simboli offensivi per la memoria storica della città e di insulto per il ricordo di quanti subirono persecuzioni, torture, infoibamenti e omicidi a partire dal 1 maggio 1945», scrivono nella mozione che chiede di «impegnare il sindaco a trasmettere il sentimento del Consiglio comunale di Trieste al prefetto, al questore e agli organizzatori della manifestazioni per il Primo maggio, invitando questi ultimi  a non ammettere episodi simili sino a isolare ed espellere dalle proprie manifestazioni le persone che si macchiassero di tali inqualificabili comportamenti e, qualora tali fatti si dovessero ripetere anche quest'anno in alcune manifestazioni, a invitare prefetto e questore a vietarle per l'anno 2018».

«Le bandiere con la stella rossa sono un pugno in faccia alla città e non può essere tollerato da chi organizza queste manifestazioni», commenta Giacomelli che chiede alla Giunta di non fare propria la mozione così da concedere al Consiglio l'espressione di voto, richiesta accolta dall'assessore Angela Brandi che spiega «che l’aula debba esprimersi, pur condividendo gli intenti e potendo fare propria la mozione».

«Ho presentato l’emendamento perché una manifestazione viene proibita dagli organi competenti per altri motivi, purtroppo - spiega Marco Toncelli (Pd) -. Credo che siano da rispettare tutte le sofferenze e vicissitudini della città, ma anche da lavoratore io non ho accettato quelle bandiere perché non c’entrano nulla con la festa dei lavoratori. Allo stesso tempo però vorrei votare una mozione che abbia un senso, una mozione attuabile: per questo vorrei eliminare il secondo punto della mozione».

«L’1 maggio sia festa dei lavoratori e non dell’occupazione titina», sottolinea Polidori. «È una mozione di civiltà e ogni anno purtroppo dobbiamo risollevare la questione. Ricordo la medaglia d’oro della bandiera di Trieste in contrasto con l’orrore subito in quei giorni», aggiunge Alberto Polacco (FI) seguito dal collega di partito Everest Bertoli: «Si tratta di insulti non a un gruppo politico, ma a una popolazione che in quei giorni ha subito una politica di terrore».

«Con la mia famiglia abbiamo sempre festeggiato il 30 aprile, giorno in cui il Cnl è insorto per far entrare la città in un progetto di Italia repubblicana - ha esordito Antonella Grim (Pd) -. Il giorno dopo è accaduto poi il fatto che ha ferito una parte della città. Sono consapevole delle ferite e sofferenze subite, ma credo che ancora una volta non sappiamo cercare di andare oltre e con questa mozione si voglia fare un uso strumentale di quelle ferite che per anni hanno diviso i cittadini di questa città».

Nel ricordare quanto fatto nel suo mandato da sindaco, Roberto Cosolini (Pd) ha spiegato di aver «inaugurato un monumento sul colle di San Giusto che ricorda le sofferenze di quei giorni, cosa che nessuno prima aveva fatto. Non voterò questa mozione perché ci sono le cose proibite dalla legge e quindi se c’è un reato si persegue. È folclore? È una provocazione?
Che questo debba portare all’isolamento ed espulsione fisica (che c’è sempre stato nel corteo), ma questa mozione contiene diverse cose: simboli titini, ma anche bandiere tricolore con le stelle rosse (simbolo delle brigate di garibaldi)».

Astenuti dal voto insieme al resto dell'opposizione anche il Movimento 5 stelle: «Vogliamo chiamarli dementi, persone da isolare, da condannare? Come credo siano da condannare persone che in altri cortei si rifanno a nazismo e fascismo - ha spiegato Paolo Menis -. Voi avete portato una mozione per difendere un vostro deputato e il suo diritto di parola (Salvini a Napoli, ndr) e ora chiedete di cancellare una manifestazione a causa di 5/10 deficienti, non credo sia un comportamento coerente».

La votazione ha dato esito positivo con 20 voti a favore (la maggioranza), 7 non voto (Movimento 5 stelle e Verdi/Psi) e rimozione del tesserino (quindi non hanno partecipato al voto) da parte del Partito democratico e Insieme per Trieste. 



Potrebbe interessarti: http://www.triesteprima.it/politica/a-bando-le-bandiere-titine-l-1-maggio-il-consiglio-comunale-vieta-i-simboli-di-tito.html
Seguici su Facebook: https://www.facebook.com/pages/TriestePrimait/34456368401

Piazza Vittorio, online il bando per i lavori: stanziati quasi 3 milioni

È dal 2010 che aspettiamo.
Una bella vittoria.

da roma.corriere.it
 
La gara pubblicata sul sito del Comune. L’intervento prevede, tra l’altro, la realizzazione di un orto botanico con la piantumazione di oltre 1.200 specie arboree. Saranno valorizzati anche i resti monumentali e la Porta Magica.

 
 
È stata pubblicata lunedì 10 aprile sul sito web del Comunela gara d’appalto per la riqualificazione di piazza Vittorio, cuore pulsante del rione Esquilino, che rinasce grazie a un progetto condiviso con il territorio e i suoi cittadini. Il bando prevede la risistemazione del giardino e la manutenzione del verde per i primi due anni, per un importo complessivo di 2 milioni e 875 mila euro: oltre ai 2,5 milioni già previsti nel piano di interventi finanziato dai fondi del Giubileo, una delibera di giunta capitolina ha previsto ulteriori 375 mila euro. Il lavoro di progettazione ha visto un intenso confronto tra Roma Capitale e i comitati di quartiere. L’intervento di recupero punta a risolvere alcune criticità evidenti che coinvolgono l’area, come il degrado e la parziale perdita del verde. Sono previste la manutenzione delle pavimentazioni e dei volumi, la realizzazione di nuovi percorsi nel verde, l’eliminazione di barriere visive e infine la creazione di un vero orto botanico con la piantumazione di 1.200 nuove essenze arboree, provenienti da ogni parte del mondo.
Ci sarà anche una «collina acrobatica»
Verranno ridisegnate le aree naturalistiche, con un nuovo percorso che si ispirerà al disegno originario, riperimetrate l’area cani e l’area giochi per i bimbi mentre, in corrispondenza dell’edificio liberty, verrà realizzata una pavimentazione in sampietrini come era in origine. La collina artificiale che nasconde l’accesso alla centrale di controllo della metropolitana verrà trasformata in una «collina acrobatica», con strutture ludiche per i più giovani. La recinzione dei Trofei di Mario sarà ridisegnata in modo da permettere di riaprire il percorso tra i resti monumentali e la Porta Magica. Infine sarà ripristinata la fontana del Rutelli e sarà prevista la modellazione degli spazi verdi con percorsi trattati con ghiaia stabilizzata.

Isola ambientale Monti: No a questo pastrocchio!


Metro Cavour, Raggi e Meleo in tour contestate dai residenti: "No a Monti pedonale" „Metro Cavour, Raggi e Meleo in tour contestate dai residenti: "No a Monti pedonale"“

Metro Cavour, Raggi e Meleo in tour contestate dai residenti: "No a Monti pedonale"

Contestazione al Sindaco Raggi sul progetto di Isola Ambientale 
e pedonalizzazione nel Rione Monti.
Che siano i residenti a decidere con un Referendum.

da romatoday.it

Sindaca e assessore visitano la stazione riqualificata da Atac con il progetto pilota Art Stop Monti. Insorgono i cittadini del rione contro il progetto di pedonalizzazione: "Raggi ci ascolti"
 Metro Cavour, Raggi e Meleo in tour contestate dai residenti: "No a Monti pedonale"
Giro nella metro Cavour (con contestazione) per la sindaca Virginia Raggi, accompagnata dall'assessore Linda Meleo e dal consigliere e presidente della Commissione Mobilità Enrico Stefano. La stazione è la prima riqualificata da Atac con la collaborazione di giovani artisti under 30 nell'ambito del progetto pilota Art Stop Monti: dodici lavori di sei artisti - selezionati dal 6 aprile al 31 maggio - che tramite una call troveranno spazio nei locali rinnovati e ripuliti.
Primo protagonista che anticipa gli interventi a rotazione è Rub Kandy, artista romano che oggi ha mostrato il suo "#IntheMoodForLoveRome", un intervento site specific che resterà visibile per 12 mesi. Dalle scritte al neon, alle fotografie scattate dall'artista in diverse stazioni sono vari i linguaggi utilizzati per raccontare chi vive i mezzi di trasporto nel quotidiano. Raggi ascolta le spiegazioni dell'artista che la accompagna nel tour, stretta tra fotografi, qualche fan che le strappa un selfie ma soprattutto proteste dei residenti del rione.

Siamo a Monti, quartiere da tempo in fermento per un progetto di pedonalizzazione pronto a calare dall'alto - questa l'accusa - della giunta Cinque Stelle. "Il rione non ha padrone, decidiamo noi sulla pedonalizzazione" e ancora "Raggi la senti questa voce? Parla con noi". Slogan e striscioni sorretti dai cittadini e qualcuno steso alle finestre, affiancano dall'inizio alla fine la breve passeggiata della prima cittadina. Lei però non batte il colpo sperato.

"Vogliamo sederci e confrontarci con calma sul progetto, cosa che ancora nonostante le tantissime richieste non è avvenuta" spiega Lisa Roscioni del Coordinamento Comitati Monti. "Con la pedonalizzazione del rione così ammazziamo gli artigiani e apriamo alla movida incontrastata, ai tavolini, diventiamo come Trastevere o come San Lorenzo. Questo è un quartiere di botteghe". Qualche modifica alla mobilità sì, è da fare. Ma non così. "Su via dei Serpenti dove il traffico invece è un problema hanno aumentato il flusso, togliendolo da strade come via Urbana che sta benissimo come sta" spiega la consigliera municipale dei Radicali, Nathalie Naim "i Cinque Stelle stanno completamente ignorando il volere dei romani. Questo progetto non lo vuole nessuno". 

Una posizione condivisa a livello municipale da destra a sinistra. Sul posto anche il consigliere di Fratelli d'Italia, Stefano Tozzi. "Vogliamo che siano i cittadini a dover decidere con un referendum municipale. Oggi c'è stata una dimostrazione pacifica di gente che vuole continuare a stare nel proprio rione"
Ai cittadini rispondono Meleo e Stefàno. "È stato fatto uno studio, l'ascolto in Commissione Mobilità c'è stato: non potete dire che vogliamo distruggere il rione perchè non è vero" replica l'assessore. Mentre Stefàno promette ma frena: "Entro aprile vi garantisco che ci vediamo, ci incontreremo però vi dico che non si può pensare di eliminare del tutto l'isola ambientale".



Potrebbe interessarti: http://www.romatoday.it/politica/metro-cavour-monti-raggi-meleo-proteste.html
Seguici su Facebook: http://www.facebook.com/pages/RomaToday/41916963809

Metro Cavour, Raggi e Meleo in tour contestate dai residenti: "No a Monti pedonale"

 


Così Roma dimentica i bambini: l'area giochi tra risse, spaccio e degrado


Roma dimentica i bambini,
risse, spaccio e degrado al parco di Colle Oppio,
quanto ancora i cittadini devono sopportare questa situazione?


da ilgiornale.it

È stato, forse, troppo clemente il New York Times quando, entrando a gamba tesa nelle disavventure della Capitale, scriveva: “I nuovi politici non sono migliori dei vecchi”. 


Basta fare due passi nel cuore di Roma, infatti, per rendersi conto che l’amministrazione anti-establishment è riuscita a fare anche peggio di chi l’ha preceduta.
Un esempio lampante di quanto appena detto ci giunge da Colle Oppio, il parco archeologico che – ogni anno – conduce milioni di turisti al cospetto del monumento più visitato al mondo: il Colosseo. Ma quest’area verde di Roma, drammaticamente abbandonata al degrado, non è solo una delle principali passerelle turistiche dell’Urbe. Qui, tra antichi ruderi e sentieri, c’è anche una piccola area giochi attrezzata, l’unica della zona, dove decine di bambini, ogni giorno, sperimentano la difficile convivenza con risse, spaccio di droga ed accampamenti abusivi.


“Noi non ce ne andiamo”

Sono da poco passate le 18 quando, giovedì scorso, scoppia una rissa tra alcuni immigrati che stanno bivaccando vicino all’area giochi, in quel momento particolarmente affollata, di Colle Oppio. Nel parco non c’è un presidio di sicurezza, di rado si vede passare qualche pattuglia, perciò spetta alle mamme chiamare il 113. La polizia arriva, controlla i documenti del gruppetto: “Sono dei richiedenti asilo di etnia curda, hanno le carte in regola per rimanere”, afferma un agente facendo spallucce di fronte alle richieste dei genitori. La pattuglia se ne va. Gli immigrati, come anticipato, restano. Ma, a sorpresa, restano anche le mamme. “Pochi minuti fa è scoppiata una rissa, ma non è una cosa che accade di rado – racconta Silvia – noi ci siamo abituate, tant’è che le mamme ormai conoscono la situazione, si spaventano, ma non abbandonano il parco”. E pensare che “la pericolosità di quest’area – s’inserisce Giorgio, il papà di Flavio – l’abbiamo segnalata anche mesi fa quando ci fu la vicenda dello stupro della donna australiana che dalla stazione Termini venne portata qui, di notte, e violentata a pochi passi dal parco giochi. Ricordo che, all’epoca, si mossero troupe televisive e giornali, ma al caso mediatico non ha fatto seguito nessun tipo di intervento per sorvegliare un minimo questa zona”.

Bambini “immersi” nel degrado

Ma l’affaire sicurezza, pur essendo in cima alle preoccupazioni dei genitori, non è certo il solo nodo da sciogliere. “Il giardino non è mai stato più sporco di così”, sostengono le mamme ed i papà, costretti a far giocare i propri figli in un’area che – a volerle fare un complimento – può esser definita “degradata”. A partire dall’erba alta, sino ad arrivare agli avanzi di cibo ed alle bottiglie di birra disseminate ovunque, passando per gli indumenti abbandonati a terra o sulle cancellate che proteggono le vestigia romane. I giacigli di cartone, i materassi e le coperte, in alcuni tratti, arrivano a ricoprire interamente il prato. E c’è persino una latrina a cielo aperto, proprio dietro all’area giochi, che emana un fetore insopportabile. Poi ci sono le siringhe. “Nel parco, così come in tutto il quartiere – prosegue Silvia – è tornata prepotentemente la droga, quindi troviamo sia siringhe usate ma anche, molto spesso, siamo testimoni di scambi di droga”, racconta questa giovane mamma indicando la vegetazione incolta dove, a suo dire, gli spacciatori sono soliti nascondere le sostanze che trafficano. 

Per le foto clicca qui >> goo.gl/EhKG7D

Si presenta così, nonostante i 600mila euro stanziati in occasione del Giubileo della Misericordia, il parco di Colle Oppio. Tanto il Servizio giardini quanto l’Ama, rispettivamente competenti della manutenzione e della pulizia della villa, dopo una serie di interventi che le mamme di Colle Oppio definiscono “spot”, latitano. E, all’orizzonte, lo scenario è ancor più fosco: in quel del Campidoglio, infatti, si è optato per la linea “sperimentale” e, per ovviare al problema, è stato deciso di ricorrere alle associazioni di volontariato che, a titolo gratuito, faranno da “stampella” alla zoppicante amministrazione grillina. Basterà?

domenica 22 gennaio 2017

Il caso. Tintin con il Corsera: il successo senza tempo del fumetto anticomunista


 da barbadillo.it

La collezione completa delle storie di Tintin, personaggio dei fumetti di estrazione patriottica e anticomunista, è in vendita come allegato opzionale del Corsera. Stenio Solinas descrive in questo articolo il profilo culturale di Tintin e del suo autore, Hergé

Nell’ottava tavola di Tintin au pays des Soviets, il giovane reporter parte in tromba al volante di una potente Mercedes decappottabile e il suo ciuffetto di capelli incollato alla fronte si solleva sotto l’effetto del vento e della velocità. «E voilà! Un gioco da ragazzi… E adesso dritto a Mosca!» recita la «nuvoletta» che accompagna il disegno.

Tintin nasce allora, è il gennaio del 1929, il giornale che ne pubblica la storia si chiama Le Petit Vingtième, supplemento per ragazzi del quotidiano Le Vingtième Siècle e il suo autore è un giovane ventenne, George Remi. Hergé è il suo nome d’arte e trent’anni dopo il generale de Gaulle, che si ritiene l’incarnazione novecentesca della Francia, dichiarerà: «Ho un solo rivale internazionale: è Tintin»… L’imponente mostra retrospettiva appena chiusasi al Grand Palais di Parigi, che ne ha celebrato il genio a 110 anni dalla nascita, suona come una conferma e insieme una smentita: Charles de Gaulle è sempre più in un rimpianto, Tintin resta ancora una realtà.

Belga come Georges Simenon, il Tintin di Hergé è però uno e bino rispetto a un Maigret francese fin da subito. Nel 1930 il settimanale parigino Curs vaillants comincia infatti la pubblicazione delle avventure sovietiche dello spericolato reporter, nell’album Parigi sostituisce Bruxelles e nel viaggio di ritorno dal Paese dei Soviet il treno non passa più per Liegi, Tirlemont e Louvain, ma per Saint Quentin e Compiègne… Il successo è clamoroso e nell’immaginario dell’epoca, complice la lingua, Tintin diviene tipicamente francese, come la baguette e il camembert…

Se l’esposizione «Hergé» appena ricordata, ha fatto entrare per la prima volta il fumetto in uno dei templi dell’arte ufficiale, l’importanza dell’album da cui siamo partiti ci dice tuttavia qualcosa di diverso rispetto alla materia in sé, al genere, al genio del suo autore. Fermiamoci un momento sulle date di pubblicazione, il biennio ’29-30, sull’età del disegnatore, ventidue anni appena, sul tema, la Russia di Stalin, leggiamone poi la storia e ci accorgeremo che rispetto ai «pellegrini politici» che prima, durante e dopo andranno a raccontare un comunismo mai esistito nella realtà, ma idealizzato nella loro fede di «compagni di strada», Hergé aveva già capito tutto. Questo provinciale ragazzino belga, insomma, vedeva meglio e più in profondità di tanti intellettuali accreditati e ferrati, in anticipo persino sui reportages, questi sì critici, di un Céline o di un Gide…

Prendiamo la visita alla fabbriche, fatta andando dietro a un gruppo di «comunisti inglesi» pronti ad ammirare «le meraviglie del bolscevismo» con tanto di commenti: «Beautiful, very nice»… Tintin si intrufola dalla porta di servizio e scopre che si tratta di «fondali di teatro», il cosiddetto «effetto Potëmkin», dal nome di quel primo ministro di Caterina II che costruiva interi villaggi finti affinché l’imperatrice ne potesse ricevere una sensazione di benessere, un Paese apparecchiato, insomma, per sbalordire gli ospiti di rango, un potere intento a fare la propaganda di se stesso. Allo stesso modo, la scoperta dell’export di vodka, grano e caviale, stoccati per servire da elemento di propaganda all’estero, gli rivela la miseria economica del comunismo in patria. Ora, due anni dopo l’immaginario eppure veridico reportage di Tintin, George Bernard Shaw fa il suo ingresso trionfale in Russia: un vagone frigorifero, colmo di viveri, viene agganciato al treno per convincerlo che nel Paese regna l’abbondanza, e nei ristoranti di Mosca tutte le cameriere dimostrano di conoscere i suoi libri. Commenta deliziato: «Le domestiche in Inghilterra non sono tanto colte quanto le loro colleghe sovietiche». Della serie, quando il socialismo reale diventa il socialismo immaginario e narcisista…

Prendiamo ancora la scoperta che Tintin fa dei minori in Russia, mendicanti e vagabondi nelle campagne come nelle città. Cinque anni più tardi la Pravda pubblicherà in prima pagina il decreto con cui si stabiliva che, a partire dai dodici anni, si era passibili «di tutte le misure della giustizia penale», inclusa la pena di morte. Era una legge che si poneva un duplice obiettivo: sociale, nell’accelerare l’eliminazione della moltitudine di orfani inselvatichiti e allo sbando nata dal regime; politico, nell’applicare una forma barbara di pressione sui vecchi oppositori, i Kamenev, gli Zinovev, che avevano figli di età idonea. Il Partito comunista francese dell’epoca, dovendo commentare quella legge, ne sosterrà la giustezza: sotto il socialismo, infatti, i bambini crescevano più in fretta…

Tintin non ignora nemmeno il problema dei kulachi, i cosiddetti «contadini ricchi», la requisizione forzata del grano, la cosiddetta dekulachizzazione che significherà la distruzione del patrimonio agricolo, l’eliminazione fisica diretta di centinaia di migliaia di persone, indiretta di qualche milione per carestia e deportazione. È quella che Walter Benjamin scambia invece per il nuovo corso industriale, i piani quinquennali che sostituiscono il comunismo di guerra: «Adesso, compagni, è scoppiata l’era della moderazione utile e disciplinata. A questa Russia i geni non servono, e men che mai i letterati. Ha bisogno di fabbriche e non di poeti». Sarà preso talmente in parola che Esenin si impiccherà usando le cinghie di una valigia, Majakovskij si brucerà il cuore con un colpo di pistola, Mejerchol’d, il padre del teatro moderno, sarà massacrato con un tubo di gomma e poi finito con un colpo alla nuca, la moglie sgozzata fra le quattro mura di casa, Babel’ fucilato, Mandel’tam seppellito in un lager… Come ha scritto Josip Brodskij, «il regime sfornò vedove di scrittori con una tale efficacia che verso la metà degli anni Sessanta ce n’era in circolazione un numero sufficiente per organizzare un sindacato».

Si badi bene, Tintin è un fumetto per ragazzi, con tutti gli eccessi, le semplificazioni e la superficialità che esso comporta e l’album di cui stiamo parlando era scritto da uno che aveva pochi anni di più dei suoi potenziali lettori. Per formazione e per cultura, Hergé era un anticomunista e fra le letture che formano il terreno su cui la storia prende forma c’è fra le altre quel Moscou sans Voiles (Neuf ans de travail au pays des Soviets) che un diplomatico belga, Joseph Douillet, aveva pubblicato l’anno prima. E tuttavia ciò che lo separa dai Toller, i Dreiser, i Sinclair, i Barbusse, i Wells, i Malraux e i già citati Shaw e Benjamin di quegli anni era proprio la disposizione a volersi fare ingannare, la delusione individuale nei confronti delle nazioni di origine che li spingeva a credere nelle illusioni di un Paese che si voleva vedere come fratello. Inoltre, non c’era nulla in lui, come forma mentis, di quello che resta un elemento fondamentale per spiegare il successo e l’appeal che per quasi sessant’anni accompagnò il comunismo in patria e all’estero: l’esperimento in corpore vili di un’avanguardia intellettuale, una setta di rivoluzionari di professione, in guerra contro un’intera società. Il comunismo in Russia eliminò l’intera Russia: gli intellettuali, ovvero in realtà i professionisti, ingegneri, professori, impiegati, i proprietari terrieri e i contadini, i commercianti, tutti quelli che, indipendentemente dalla loro estrazione sociale, potevano essere considerati, o si rivelarono, ostili e/o estranei al nuovo corso.

Fu un’eliminazione ottenuta con la violenza, la delazione, l’inganno e resa altresì possibile dalla più totale mancanza di pietà. Non ci si accontentava del corpo, si voleva l’anima. Le «confessioni», i «processi», quelli che Bertolt Brecht definirà le prove «delle attive cospirazioni contro il regime», miravano a questo, al riconoscimento dell’errore, all’espiazione e alla riaffermazione della giustezza della causa: non solo sono colpevole, ma mi faccio schifo in quanto tale ed esigo il castigo che la mia colpevolezza comporta… Come ha scritto Solgenicyn, alla base della lunga sopravvivenza del regime c’è «la sua forza disumana, inimmaginabile nell’Occidente».

Di fronte all’offerta del funzionario della Gpu, «100mila rubli o la morte», per divenire complice del regime, Tintin dice semplicemente «no». Lo può fare perché è un fumetto e il suo cane Milou lo salverà dalla fucilazione travestendosi da tigre… Ma, come ha raccontato nelle sue memorie Jacques Rossi, uno che a vent’anni era già comunista e a trenta, sempre da comunista, ne avrebbe passati altri venti nei gulag: «Vittima? Non sono stato una vittima. Io sono stato un complice di quel sistema. È come mettere una pentola piena d’acqua sul fuoco, accendere il gas e quando l’acqua bolle ficcarvi la mano dentro. Non bisognava mettercela». (da Il Giornale)