giovedì 18 gennaio 2018

Il silenzio degli indecenti su una gag da porcile


 da iltempo.it / di Marcello Veneziani

Claretta Petacci paragonata a un maiale. 
Lei che volle stare a fianco del suo uomo anche nella cattiva sorte.

Ma non provate vergogna, voi della Sette, Floris, Mentana e voi Autorità Vigilanti, Presidenti di Camere, Senato, Anpi, Femministe, davanti alla schifosa, incivile battuta di Gene Gnocchi – se questo è un comico – sulla scrofa che razzola tra i rifiuti romani e che lui ha battezzato con la genialità di un demente malvagio, Claretta Petacci?

Non stiamo parlando della macabra e bestiale macelleria di Piazzale Loreto, che fa vergognare ogni paese civile; non parliamo nemmeno di feroce vendetta contro un dittatore, un regime, una guerra. Qui parliamo di una donna che per amore solo per amore volle stare a fianco del suo uomo anche nella cattiva sorte, fino a condividere la morte, e prima lo stupro e poi lo scempio del cadavere. Non ebbe responsabilità durante il fascismo, Claretta Petacci, non trasse profitto, non consigliò mai Mussolini su nessuna scelta né lo spinse a commettere errori, non fece cerchio magico intorno al Duce. Fu amante appassionata e devota, spesso tradita, sempre ferita dall'essere comunque l'altra rispetto alla moglie e alla madre dei suoi figli. E persino lei, la sanguigna, verace Rachele, non ebbe parole di odio per la donna che restò al fianco di suo marito fino a farsi trucidare con lui, ma si lasciò sfuggire un moto sommesso di affetto e perfino di dolcissima invidia, perché avrebbe voluto essere stata lei al suo posto.

I versi di un grande poeta come Ezra Pound su Ben e Clara appesi per i calcagni resteranno nei secoli. Del resto ognuno ha il cantore che si merita: c'è chi ha Ezra Pound e c'è chi ha Gene Gnocchi. Ricordo anni fa che uno storico divulgatore, di cui per carità verso un defunto taccio il nome, scrisse un libro sugli amorazzi di Mussolini, sulle sue amanti e i suoi figli illegittimi e per promuovere il libro organizzò una cena in tema. Nel menù c'era “petto di tacchino farcito alla Claretta”. Mi parve allora bestiale quell'allusione spiritosa al petto della Petacci e soprattutto alla farcitura che poi nella realtà fu una sventagliata di proiettili. Ma quella spiritosaggine triviale sembra oggi una delicatezza da gentleman rispetto alla battuta da porcile di Gnocchi.

Femminicidio, violenza alle donne, sessismo, che considera l'amante femminile sempre una troia, volgarità in tv, correttezza di linguaggio: vanno tutti a puttane nel silenzio generale, col sorrisino compiaciuto di Floris, davanti a quell'atroce, feroce porcata di Gnocchi. Mi auguro che sia solo un frutto di abissale ignoranza, anche se è difficile pensare che uno anziano come Gnocchi non sappia almeno per sommi capi la storia. Un’ignoranza becera, comunque aggravata dal fatto che insultare i fascisti, calpestare i cadaveri loro e dei loro congiunti, è facile, hai dalla parte tua le istituzioni, i media, il conformismo della cultura, i parrucconi e i maestri censori. Magari ti scappa un contratto, una menzione, un elogio per il tuo intrepido coraggio antifascista. Mi auguro che la gente lo cancelli definitivamente dal novero dei comici; che resti a fare le sue serate comiche nei centri sociali, ma di quelli antagonisti feroci, o all'Anpi che non ha mai un moto di umanità verso i morti, i vinti e i trucidati o nelle sette sataniche. Che racconti a loro le sue troiate. E che finisca lui tra i rifiuti della tv spazzatura, insieme alla scrofa di cui ha meritato la parentela.

Migranti, piano choc di Bonino: "Permesso a 500mila irregolari"


da ilgiornale.it 

La leader di +Europa, Emma Bonino, parla di alleanze con il Pd e strategie per l'immigrazione: se vinciamo permessi di soggiorno temporanei.

Emma Bonino si avvicina al Pd, ma non troppo. Un'intesa elettorale tra +Europa e Matteo Renzi è "ancora possibile", dice l'ex radicale, ma ci sono punti del programma che tengono la tengono a distanza dai dem.  

Tra questi, spicca il tema immigrazione. Dove Marco Minniti ha agito col pugno di ferro, la pasionaria Bonino avrebbe usato un fiore; dove il ministro dell'Interno ha eretto muri, l'ex ministro degli Esteri avrebbe aperto le porte. E così in una lunga intervista a La Stampa, ieri Emma ha spiegato il piano immigrazione in caso di vittoria elettorale della lista europeista. Ed è un programma che per "risolvere il problema degli oltre 500mila irregolari" presenti in Italia, provvederà a consegnare altrettanti "permessi di soggiorno temporanei". Tradotto: sanatoria lineare per mezzo milione di clandestini.

Non è passata ancora alla Bonino la scottatura per le politiche messe in campo dal governo Gentiloni per "governare il flusso di migranti", scelte considerate "non un grande successo". "Il problema di Minniti - attacca - è quello di continuare a coltivare un certo sentimento generale dell' opinione pubblica invece di iniziare un racconto diverso del fenomeno migratorio". E sebbene l'ex radicale consideri "importante" frenare il flusso che dal Niger porta alla Libia per evitare di "ingrossare il bottino umano a disposizione delle milizie", non manca di redarguire chi si è "assuefatto" ai naufragi: "È bene sottolineare - spiega l'ex ministro - che in questi primi giorni di gennaio abbiamo avuto almeno duecento persone morte nel Mediterraneo, mille sono state salvate dalla Guardia costiera e dalle Ong rimaste e più di settecento sono state riportate dalla Guardia costiera libica in quei terribili centri di detenzione".

A preoccupare, però, non sono tanto le idee della Bonino su cosa avrebbe fatto se fosse stata al governo l'anno scorso, ma cosa intende realizzare in caso di vittoria elettorale. "Gliene dico una sola - spiega la radicale alla Stampa - Più Europa vuole risolvere il problema degli oltre 500 mila irregolari che ci sono in Italia con un permesso di soggiorno temporaneo, rinnovabile solo in caso di effettivo inserimento nel mercato del lavoro. Più immigrati regolari vuol dire non solo maggiori entrate previdenziali, ma più sicurezza e più legalità. Conviene a noi prima che a loro". Gli elettori sono avvertiti.

martedì 16 gennaio 2018

A Jan Palach


Il 16 gennaio 1969 #JanPalach, patriota cecoslovacco,
si immola dandosi fuoco a Piazza Venceslao nel cuore di Praga, 
una scelta volontaria e consapevole 
per far luce sulla repressione sovietica verso il suo popolo, 
muore dopo 73 ore di agonia. 
Amare la propria terra donando la vita.

lunedì 15 gennaio 2018

"Così uomini di Soros hanno scritto il piano migranti del M5S"


da ilgiornale.it

Uomini di un'associazione finanziata da Soros avrebbero redatto una parte del programma grillino sui migranti. Ecco chi sono.

Gli "uomini di George Soros" avrebbero contribuito a scrivere il programma di governo del Movimento 5 stelle riguardante i migranti: l' "accusa" proviene da Francesca Totolo che, su Il Primato Nazionale, ha scritto un articolo che dimostrerebbe i legami intercorsi tra la Open Society Foundations e la redazione di parti del documento grillino riguardante i fenomeni migratori.

"Il secondo punto - ha sottolineato la giornalista - cioè "Il ricollocamento dei richiedenti asilo" è stato redatto da Maurizio Veglio, noto avvocato tra i membri di ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione)", ma questa associazione, sempre secondo quanto scritto in questo articolo, sarebbe stata fondata e finanziata dalla Open Society Foundations. "L'ASGI - ha continuato la Totolo - ha aderito a numerose campagne pro-immigrazione e pro-ius soli tra le quali "L’Italia sono anch’io, campagna per i diritti di cittadinanza", "Out of Limbo" per la promozione dei diritti dei rom apolidi o a rischio apolidia, "Ero straniero – L’umanità che fa bene", "Non aver paura. Apriti agli altri, apri ai diritti", e molte altre, in collaborazione con associazioni religiose (Caritas Italiana, Fondazione Migrantes, Centro Astalli, Comunità di Sant’Egidio), altre associazioni e organizzazioni sorosiane (A Buon Diritto, CIR, ARCI, Amnesty International, Antigone), Partito Radicale e diversi esponenti del Partito Democratico". L'ente in questione, insomma, sarebbe concretamente impegnato in una serie di iniziative volte a favorire l'accoglienza dei migranti. E fin qui, nulla di strano. Quello che pare emergere, però, è un collegamento diretto tra alcune parti del programma sui migranti del Movimento 5 stelle e l'ASGI, la stessa associazione che, come si legge qui, non disdegnerebbe fare spesso causa ai sindaci di centrodestra.

Il punto 3, ad esempio, cioè quello riguardante le "Commissioni territoriali", ovvero la competenza sulle decisioni di attribuzione dello status di profugo dei richiedenti asilo, sarebbe stato scritto da Guido Savio, un altro avvocato di ASGI. Le tesi di Savio sarebbero già contenute all'interno di un documento dell'associazione di cui fa parte e tenderebbero a muoversi su direttrici politiche "globaliste", quindi molto lontane dalla titolazione del programma pentastellato, che invece recita: "Immigrazione: Obiettivo sbarchi zero – L’Italia non è il campo profughi d’Europa". Una titolo, dunque, che nasconderebbe in realtà una sorta di "inganno". Il punto 4, ancora, è stato "redatto" da Nancy Porsia, che la Totolo definisce come una "giornalista esperta di Medio Oriente e Nord Africa e collaboratrice di diverse testate italiane e straniere molto mainstream media".

Questi redattori del programma, secondo quanto appreso da alcune fonti de IlGiornale.it, sarebbero stati chiamati dai grillini in quanto esperti in materia d'immigrazione. Consulenti, forse, ma non direttamente esponenti politici del partito di Beppe Grillo. Quest'ultima redattrice, poi, non sarebbe direttamente riconducibile all'Open Society Foundations, ma avrebbe vinto un "working grant", "Priorità europee, realtà libiche", che sarebbe stato assegnato da Journalismfund, che sarebbe un'altra organizzazione finanziata da Soros, ai fini di "stimolare il giornalismo transfrontaliero in Europa".
Per la Totolo, insomma, ci sono pochi dubbi: "Quindi i punti 2, 3 e 4 del programma immigrazione del Movimento 5 Stelle sono legati da un filo rosso: l’Open Society Foundations di George Soros", ha sottolineato la giornalista. Un programma di governo, in sintesi, dove sarebbe difficilmente riscontrabile l'intenzione paventata di far sì che l'Italia non continui ad essere "il campo profughi d'Europa".

giovedì 11 gennaio 2018

Macron a Colle Oppio, Fratelli d'Italia: "Ha visitato anche i bivacchi?"



da ilgiornale.it / di Elena Barlozzari

Visita del presidente francese Emmanuel Macron alla Domus Area, nel centralissimo parco di Colle Oppio, ma Fratelli d'Italia polemizza: "Colle Oppio continua ad essere una landa desolata approdo di bivacchi e discarica a cielo aperto"

A Monsieur le président Roma piace “beaucoup” e cioè “molto”. Queste le prime, fugaci impressioni di Emmanuel Macron che, stamattina, ha visitato la Domus Aurea assieme al premier Paolo Gentiloni e al ministro della Cultura Dario Franceschini.  

Tutti stretti nei cappotti scuri, sorridono per la photo opportunity di rito e si lasciano alle spalle la grande bellezza del Colosseo.
È stata una “visita sublime” ha detto Macron al termine del tour della reggia di Nerone: 40 minuti a passeggio nel tempo e poi via verso Palazzo Chigi. Non c’è tempo per guardasi attorno e per rendersi conto che, al di là delle stanze d’oro dell’imperatore, “Colle Oppio continua ad essere una landa desolata, approdo di bivacchi e discarica a cielo aperto, frutto del lassismo di questa amministrazione”. Con queste parole gli esponenti di Fratelli d’Italia Andrea De Priamo e Stefano Tozzi, rispettivamente consigliere comunale e capogruppo del Municipio I, hanno approfittato dei riflettori momentaneamente puntati sul parco archeologico per denunciarne il degrado: “Un’area di pregio lasciata alla mercé di abusivismo e illegalità”.

Proprio in quel giardino, Fratelli d’Italia aveva una sede, la storica sezione di via delle Terme di Traiano, ma ora non c’è più. Era “l’unico presidio sociale del parco”, troppo spesso al centro della cronaca cittadina che lo ha ormai eletto crocevia di spaccio e delinquenza, ma il sindaco Raggi, due mesi fa, ha costretto i militanti a fare fagotto. Resta invece chi dorme tra la vegetazione, chi bivacca, chi si rifugia nelle aree cantierizzate accendendo fuochi tra le rovine romane e trasformando i quattro angoli della villa in una toilette en-plein-air.

“Possibile – si chiedono i due esponenti – che nessuno comprenda le potenzialità di valorizzare un sito 365 giorni l’anno?”. Durissimo anche Federico Mollicone, responsabile della cultura e della comunicazione di FdI, che si domanda se il ministro Franceschini “ha mostrato a Macron anche i bivacchi sopra i mosaici e i disperati che vivono accampati tra i resti archeologici, i giardini devastati e i ruderi che si sbriciolano”. Chissà come avrebbe reagito il numero uno dell’Eliseo.

martedì 9 gennaio 2018

Strage di Acca Larentia, la Raggi diserta la commemorazione




da ilgiornale.it / di Elena Barlozzari

Il Comune di Roma diserta il quarantesimo anniversario della "strage di Acca Larentia". Fratelli d'Italia: "Assenza grave"

A quarant’anni dalla "strage di Acca Larentia", il Comune di Roma incassa un’altra brutta figura.  

Dopo aver sfrattato la destra romana dall’ex sezione del Movimento Sociale di Colle Oppio ed aver "sbianchettato" il murales di Mario Zicchieri, la storia si ripete.
Davanti all’ex sede del Movimento Sociale di via Acca Larentia, nel quartiere Tuscolano, ci sono solo il cerimoniale del Campidoglio e la polizia locale a deporre la corona che ricorda l’assassinio di Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni. Il presidente dell’assemblea capitolina, Marcello De Vito, che avrebbe dovuto rappresentare il Comune di Roma, non arriva. Ha dato forfait.
A denunciare "la grave assenza" dell’amministrazione Raggi sono gli esponenti di Fratelli d’Italia Fabrizio Ghera e Andrea De Priamo, rispettivamente capogruppo in Campidoglio e consigliere comunale. Sono entrambi lì, per rendere omaggio a quelle giovani vite spezzate, assieme ad una delegazione del partito di Giorgia Meloni. Si accorgono immediatamente che non c’è nessun rappresentante dell’amministrazione grillina.

Sentito da Il Giornale.it, De Priamo, racconta: "Ho chiamato De Vito per sincerarmi se venisse, lui non mi ha risposto, poi mi ha richiamato dicendo che non poteva esserci". Sull'assenza del delegato del sindaco circolano due versioni discordanti. Si mormora che se ne sia letteralmente dimenticato, forse per un errore della sua segretaria che non avrebbe trascritto l'appuntamento. Poi però arriva la versione ufficiale: quella del "malore". Monta comunque il caso. Nel tentativo di gettare acqua sul fuoco, De Vito, parla di "polemiche inutili" e minimizza: "Era presente la polizia locale che ha deposto una corona". Si è trattato del "minimo sindacale", ribatte il consigliere di Fratelli d'Italia e rilancia: "Sarebbe stata doverosa la presenza della Raggi".

E sul perché non si sia provveduto a mandare qualcun’altro in sostituzione di De Vito aleggia il mistero. Sciatteria grillina o volontà politica? Da settimane, ormai, il sindaco di Roma è in campagna elettorale, nel tentativo di ridimensionare l’impatto negativo che le alterne vicende del suo governo rischiano di avere sul voto. La richiesta di giudizio immediato e lo slittamento del processo a suo carico, che si terrà dopo l’apputamento con le urne, sembrano confermarlo. La presenza di un suo rappresentante in via Acca Larentia avrebbe potuto creare altri imbarazzi? Resta una supposizione. Nessuno però ha dimenticato il recente exploit antifascista del primo cittadino.
"La Raggi - conclude De Priamo - non si è mai dimostrata un sindaco equilibrato ed equidistante".
 

Storia. Se il Tricolore italiano non nacque dalla Bastiglia ma è figlio di Dante e della fede



da barbadillo.it

Nel febbraio 2011 il comico Roberto Benigni, esibendosi sul palco del teatro Ariston durante il festival di San Remo, sostenne che il Tricolore avrebbe avuto origine nientemeno che da Dante. Nel Canto XXX del Paradiso, infatti, il Sommo Poeta raffigura Beatrice vestita dei colori simboleggianti le tre virtù teologali: il rosso della Carità, il bianco della Fede, il verde della Speranza. I detrattori del comico all’epoca ebbero buon gioco a svillaneggiare la performance rintracciando in essa questa o quella inesattezza storica, e il collegamento fra Dante e il Tricolore fu tra le massime cause di ilarità. Tuttavia, almeno, in questo caso, Benigni non aveva tutti i torti.

Il primo ad individuare un collegamento con la bandiera nazionale fu nientemeno che Giosuè Carducci, il 7 gennaio 1897, durante una solenne cerimonia tenutasi a Reggio Emilia per il centenario della nascita “ufficiale” del vessillo patrio, alla presenza del Re d’Italia Umberto I: «Sii benedetta! benedetta nell’immacolata origine, benedetta nella via di prove e di sventure per cui immacolata ancora procedesti, benedetta nella battaglia e nella vittoria, ora e sempre, nei secoli! Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci, nel santo vessillo; ma i colori della nostra primavera e del nostro paese, dal Cenisio all’ Etna; le nevi delle alpi, l’aprile delle valli, le fiamme dei vulcani, E subito quei colori parlarono alle anime generose e gentili, con le ispirazioni e gli effetti delle virtù onde la patria sta e si augusta: il bianco, la fede serena alle idee che fanno divina l’ anima nella costanza dei savi; il verde, la perpetua rifioritura della speranza a frutto di bene nella gioventù de’ poeti; il rosso, la passione ed il sangue dei martiri e degli eroi, E subito il popolo cantò alla sua bandiera ch’ ella era la più bella di tutte e che sempre voleva lei e con lei la libertà» .

 Nacque allora la spiegazione dei colori della bandiera italiana che successivamente generazioni di alunni avrebbero imparato dai sussidiari delle elementari: verde come l’erba dei nostri prati, bianco come la neve dei nostri monti, rosso come la lava dei nostri vulcani o, alternativamente, come il sangue dei caduti per la Patria. Al tempo stesso, però, fu proprio, ironia della sorte, l’autore dell’ Inno a Satana , a ricollegare quegli stessi colori alle tre virtù teologali. Certo, l’intenzione non era certo bonaria e si ricollegava, anzi, all’aspetto più profondamente “religioso” del Risorgimento: nel tentativo di affrancare gli italiani dal cattolicesimo e rimpiazzare quest’ultimo con una sorta di religione secolare, si fecero molti sforzi per impadronirsi di simboli e concetti tipicamente cattolici e “riscriverli” in versione laicizzata. Il discorso di Carducci rientra tipicamente in questo tentativo, offrendo una variante secolare delle tre virtù teologali. Tuttavia, il sasso era lanciato.

Lo storico Enrico Ghisi nel 1912 diede alle stampe la prima edizione della sua opera “Il Tricolore Italiano (1796 – 1870)”, in cui, in seguito ad accuratissime ricerche d’archivio, dava una ricostruzione straordinariamente dettagliata della genesi della bandiera nazionale. E fu proprio Ghisi, riprendendo il collegamento carducciano alle tre virtù teologali, a scovare traccia del Tricolore proprio nel Paradiso di Dante, addirittura un po’ prima di dove lo avrebbe poi collocato Benigni: già nel Canto XXIX, versi 121-126, infatti, padre Dante ci descrive Tre donne in dalla destra rota / venian danzando; l’ una tanto rossa / ch’ a pena fora dentro al foco nota; / l’ altr’ era come se le carni e l’ ossa /fossero state di smeraldo fatte; / la terza parea neve testè mossa”.

Il 6 gennaio 1986, nell’ambito di una querelle tra sindaci su quale città avesse realmente dato i natali al Tricolore, l’allora primo cittadino di Milano Carlo Tognoli pubblicò un articolo su Repubblica in cui affermava che “andando a ritroso, sul tricolore se ne scoprono tutti i colori” e, dopo varie curiosità, si richiamava proprio al Ghisi ed alla relativa citazione dantesca.
Nel gennaio 1997 fu lo storico Franco Cardini, in un articolo su Avvenire a riproporre il collegamento fra Tricolore, Dante e virtù teologali. Benigni, insomma, ha avuto ben illustri predecessori.
La storia del Tricolore, però, riserva ancora numerose sorprese: in realtà, studiando le fonti, non si sa bene dove e quando sia nato, trovandosi traccia della sua comparsa qua e là senza che appaiano sempre evidenti collegamenti, al punto che non è nemmeno sicuro al cento per cento che la sua natura di bandiera “sorella” del tricolore francese, come sicuramente era intesa dai patrioti ottocenteschi, si collochi alla sua origine e non sia piuttosto, a sua volta, una rilettura a posteriori.

Per fare solo un esempio, già nel 1633 la milizia urbana della Milano spagnola aveva una divisa bianca, rossa e verde. I colori della divisa erano ancora invariati nel XVIII secolo ed è probabilmente per questo che ’11 ottobre 1796, mesi prima della nascita “ufficiale” del Tricolore, Napoleone Bonaparte istituendo la Legione Lombarda, stabilì, su proposta dei patrioti milanesi, che la bandiera di quest’ultima fosse il tricolore bianco, rosso e verde. E’ per questo che la Repubblica Cisalpina, poi Repubblica Italiana, poi Regno d’Italia di epoca napoleonica, avente proprio Milano come capitale e centro pulsante, scelse quei colori per la propria bandiera, con buona pace degli agguerriti cittadini di Reggio Emilia. In tal caso, la vera origine del Tricolore si situerebbe nel seno della Hispanidad cattolica e solo per via di una operazione di appropriazione esso sarebbe poi diventato un simbolo rivoluzionario. Il motivo per cui la milizia della Milano spagnola scelse proprio quei colori, poi, è sorpendente: si decise di aggiungere al bianco e al rosso, colori araldici del Ducato di Milano, il verde in quanto colore della speranza, trasformando, quindi, quel primo, antico tricolore in una rappresentazione delle tre virtù teologali!

E non è nemmeno questo lo scoop storico più clamoroso: nella primavera del 2016, ad Onzo, nell’entroterra di Albenga, nell’ambito della mostra “Il tormento e l’estasi”, organizzata dalla Fondazione TribaleGlobale, il pezzo forte è costituito da un dipinto raffigurante l’Ascensione della Madonna, in cui compare, ai piedi di un giovinetto … il Tricolore bianco, rosso e verde a strisce verticali!. La cosa straordinaria è che l’autore del quadro sarebbe Pietro Balestra, sacerdote e artista di Busseto, morto nel 1789, vale a dire quando la Rivoluzione Francese era appena agli albori. Sul sito dell’associazione il presidente Giuliano Arnaldi scrive:  Perché un Sacerdote dipinge una Bandiera Bianca, Rossa e Verde ai piedi della Madonna? Azzardo una ipotesi: Dante presenta le tre virtù Teologali come tre donne vestite appunto di Rosso (Carità), Bianco (Fede) e Verde (Speranza) (Purgatorio, Canto XXIX, v. 121-126) ed è poi la stessa Beatrice, che rappresenta la Teologia a comparire vestita dei tre colori (Purg., Canto XXX v. 30-33). Può essere che Pietro Balestra abbia voluto esprimere in questa forma un profondo significato estatico: in fondo Beatrice sostituisce Virgilio nel viaggio di Dante proprio quanto egli si affaccia alle porte del Paradiso, e gli compare in uno splendore di gloria sostituendo alla guida della ragione (Virgilio) quella della Teologia, che trova in Beatrice una allegoria perfetta e indispensabile per percorrere la strada del Paradiso”. 
 
Si potrebbe, però, andare molto più a fondo. Prendiamo, per esempio, i Magi d’Oriente, o Re Magi che dir si voglia. Nei doni che essi portarono al Bambin Gesù (oro, incenso e mirra), per secoli gli esegeti si sono sbizzarriti a trovare simbologie sottese. Esse sono davvero innumerevoli, e fra queste vi è quella per cui essi rappresenterebbero proprio Fede, Speranza e Carità. Per questa ragione, tanto l’arte quanto numerose rappresentazioni tradizionali, ce li raffigurano vestiti di bianco, rosso e verde. La più antica di queste opere è probabilmente nel mosaico della Basilica di Sant’Apollinare in classe, a Ravenna, risalente al VI secolo dopo Cristo.
Sotto questa luce, la collocazione della Festa del Tricolore nel giorno successivo all’ Epifania, benché da un punto di vista storico non ineccepibile, assume tuttavia un significato ben più profondo e suggestivo. Si potrebbe definire un caso ben curioso, se solo noi cattolici fossimo autorizzati a credere al caso…

*Da Campari & De Maistre

mercoledì 3 gennaio 2018

Pagate in nero 50 centesimi all’ora. Il lavoro a casa delle nuove schiave


 da lastampa.it
 
Otto donne rifinivano le forme in gomma di una ditta del Bergamasco. 
La titolare: ho aperto l’azienda solo sei mesi fa. Multata di 27 mila euro.
 
Altro che schiavismo. Nemmeno lo zio Tom era pagato così poco: 50 centesimi all’ora, ovviamente non in regola, e per i contributi vedere alla voce fantascienza. Succede nella «Rubber Valley», il distretto della gomma in provincia di Bergamo, dove la crisi non è finita perché non è iniziata: il business è cresciuto del 40% negli ultimi cinque anni.  
Certo, in alcuni casi sul business il costo del lavoro incide poco. Come capitava a un’imprenditrice indiana con un capannone a Credaro e quattro dipendenti. Seguendo il gran traffico di furgoni che partivano e tornavano carichi di guarnizioni di gomma, i finanzieri di Sarnico hanno scoperto che per i quattro operai in regola ce n’erano nove in nero, che sgobbavano a cottimo nei paesotti vicini in cambio di compensi così bassi da risultare quasi incredibili. Si tratta di un indiano e di otto donne, tre indiane, due albanesi, una senegalese, una marocchina e un’italiana, l’ultima autoctona in un caporalato da prima rivoluzione industriale o da padroni delle ferriere, roba da romanzo sociale dell’Ottocento. Dickens nel Basso Sebino, insomma.  

Tutte a casa, a tenere d’occhio i bambini e contemporaneamente a effettuare la «sbavatura di guarnizioni», che detta così sembra un’attività molto più bizzarra di quel che è in realtà: strappare a mano il materiali in eccesso dalle forme di gomma uscite dalle macchine. 
I conti li fa una delle cottimiste albanesi all’«Eco di Bergamo»: «Ogni mille pezzi mi davano dai 70 centesimi all’euro, in base al tipo di guarnizione e agli strappi. Per mille pezzi, mi ci volevano almeno due ore di lavoro». Il calcolo è facilissimo, il risultato inquietante: due ore a un euro fanno 50 centesimi all’ora. 

Così i nove irregolari si portavano a casa, più o meno, 250 euro al mese: salari da Terzo mondo, non da Italia nel 2018. La sindaca di Credaro, Adriana Bellini, non sa dire se sia un caso isolato: «Di certo, il lavoro casalingo è diffuso, vediamo tutti il carico e scarico dei furgoni».  
Insomma, quel che si è scoperto a Credaro è la regola o l’eccezione? «Che sia la regola credo proprio di no, ma forse non è una situazione così eccezionale - risponde Pietro Schiesaro della Cisl -. 
Se i dipendenti in azienda sono generalmente in regola, nel cottimo succede tutto e il suo contrario, anche perché i controlli sono più difficili. E chiaramente gli ultimi arrivati sono quelli più indifesi. 

Una situazione tipica è quella dell’immigrato che va a lavorare in fabbrica mentre la moglie resta a casa con i figli, ma per arrotondare prende un po’ di commesse. Era quello che succedeva con gli italiani negli Anni Cinquanta, quando i muratori erano pagati “a metro”. Oggi ovviamente è inaccettabile. Per fortuna i controlli ci sono. E infatti è il secondo caso dopo quello dell’estate».  
In effetti, sui giornali era già finita la vicenda di una ditta di Adrara San Martino, sempre nella zona, nella quale otto lavoratori su 17 non avevano proprio il contratto, e uno era pure un clandestino. Non solo: altri lavoravano da casa 10 o 12 ore al giorno per 400 euro mensili. 

Finiamo con la cronaca. La titolare del capannone di Credaro è caduta dalle nuvole, ha spiegato di aver aperto da appena sei mesi e promesso di sistemare le irregolarità. Nel frattempo, è stata multata per 27 mila euro, con l’aggiunta del’obbligo di mettere in regola i lavoratori che non lo sono, pagamento dei contributi arretrati incluso.  
E magari, aggiungiamo, anche di pagare alla ragazza albanese che si è sfogata con i giornalisti i 150 euro che sta ancora aspettando.